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A San Sabba

Mi trovo davanti all’entrata della Risiera di San Sabba da dove posso vedere una strada stretta, circondata da mura altissime e che sembra non finire mai. La intraprendo. Queste enormi mura mi infondono una sensazione di cupezza, inquietudine e di prigionia, forse la stessa che provavano i prigionieri mentre venivano portati dentro alla Risiera.

La Risiera è oggi aperta al pubblico e all’interno troviamo anche un museo dove vengono riprodotte e sono scritte numerose testimonianze.

Al di fuori del museo si trova una stanza con molte celle, una attaccata all’altra, piccolissime e strettissime anche per una sola persona: lì venivano rinchiuse 5-6 persone insieme in una stessa cella. Un’altra stanza è la cella della morte dove venivano rinchiusi, per poi essere uccisi, i prigionieri destinati alla morte.

Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, si trova una lastra metallica a significare che in quel punto c’era l’edificio destinato alle eliminazioni dotato di forno crematorio. Le eliminazioni venivano effettuate di notte tramite un colpo di mazza alla nuca o fucilazione e le persone nelle celle durante la notte dovevano subire le urla strazianti delle persone che venivano uccise.

La Risiera di San Sabba era solo un campo di passaggio per ebrei e prigionieri politici che poi venivano destinati ai campi di concentramento ma i prigionieri più pericolosi venivano uccisi.

Si stima che il numero delle persone soppresse in Risiera sia tra le tre e le cinquemila.

Francesca Fabris, IV BTE a.s. 2015/16

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In quel momento sei uguale a quel recinto di cemento

Già l’ingresso ti colpisce: alti muri ai lati, una via stretta stretta che ti opprime, ti stringe il cuore e ti fa tremare. Superato quel buio denso, ti ritrovi in un luogo strano… sei circondata, ancora da altre mura, alte, grigie, spoglie. Proprio come te. In quel momento sei uguale a quel recinto di cemento vuoto sferzato da un vento freddo che non lascia quiete.
E te ne stai lì, a girarti intorno, senza aprire bocca, ammirando tristemente quei muri che bloccano la tua vista, la tua vita, quei muri che ti abbracciano… quei muri che non ti lasciano andare.
Qualcuno parla, ma è il nulla che predomina.
C’è il sole, ma fa freddo…  tutto in quel luogo è freddo, anche chi ci entra… chi ci entra per non uscirci più, se non per incontrare di nuovo, come un vecchio amico, in altri luoghi, quella stessa tristezza.
Si sentono voci fantasma, pianti, urla di disperazione mista a speranza… ma è tutto nella tua mente, in una mente che non può comprendere totalmente tutte le emozioni che impregnano quel luogo di cruda solitudine…
Finito il giro esci e riprendi la tua vita di prima. Tu che puoi…

Alessia Fasolato, IV BTE a.s. 2015/16

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Piccoli e impotenti

Quando inizi quel lungo corridoio, con quei muri così alti, hai l’idea di non poterne più uscire. Il silenzio che regna al suo interno indica il rispetto per quel luogo e la mancanza di parole per quell’evento storico tanto crudele. La prima sensazione è di sentirsi piccoli dentro a quegli edifici con moltissime finestre. Ci si sente piccoli anche perché si è impotenti nei confronti di ciò che è avvenuto molti anni fa.

Quello che ha catturato di più la mia attenzione è stato il grandissimo edificio pieno di finestre, affacciate sul cortile interno della Risiera, e le tre “i” in legno che un tempo sorreggevano i piani dove si trovavano i letti delle persone che aspettavano il loro trasferimento nei campi di concentramento. Quella costruzione era silenziosa come il resto della Risiera e faceva immaginare quante persone c’erano dentro e dove erano destinate ad andare. Mi incuriosivano quel luogo e anche quella storia, ma quanta sofferenza e quanta miseria umana!

Eleonora Praticò, IV BTE a.s. 2015/16

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Sembra altro… vista da fuori

Visto da fuori non è come lo si immagina. Nell’immaginario collettivo dovrebbe essere più un grande campo magari senza piante quindi tutto marrone e con un alto recinto che sembra toccare il cielo e con delle baracche all’interno, qua e là. Visto da fuori non è tutto questo. Sembra anche un bel posto. Entro da quel cunicolo che sembra invitare la gente ad andarsene perché claustrofobico ed inquietante. Passo questo tunnel e la luce mi abbaglia; immagino un posto con campi di fiori colorati perché, si sa, la speranza è l’ultima a morire. Quando mi abituo alla luce, mi sento di nuovo in trappola perché gli edifici si uniscono per costruire una specie di gabbia, grigia e spoglia. La costruzione di una colonna in metallo, che simboleggia la canna fumaria dell’inceneritore, mi colpisce subito e non capisco bene cosa sia, quindi penso anche che sia una cosa carina, tetra ma carina. Subito alla mia sinistra la visione delle stanze che erano gabbie per uomini mi riporta alla realtà e mi sale la nausea. Entro ed esco quasi subito perché sapere che dentro anche solo ad una celletta ci stavano anche otto persone e per più giorni mi fa male. Giro per il cortile ed entro nel museo. Molte testimonianze mi commuovono e mi fanno sentire una cosa piccola ed infima in questo mondo spesso sbagliato. Visito l’ultima parte di questo campo: il capannone dove si tenevano i mezzi di trasporto. Un posto grande, enorme, ma sempre chiuso, e non respiro. Le tabelle attaccate al muro sono tristi, veramente molto tristi. Esco e me ne vado, perché di quel posto non voglio vedere o leggere assolutamente altro.

Ci si deve ricordare, vero. Ma forse un piccolo passo alla volta è meglio.

Vanessa Muraro, IV BTE a.s. 2015/16

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Pensieri a San Sabba – IV BTE a.s. 2015/16

La visita alla Risiera di San Sabba mi ha fatto pensare molto al terribile olocausto che il popolo Ebraico ha subito durante la seconda guerra mondiale. Inoltre sono rimasto tristemente sorpreso che anche in Italia esistesse un campo di “sterminio”, dove sono morte più di 5.000 persone innocenti. La presenza del forno (distrutto) mi ha fatto vivere in prima persona e capire ancor di più la sofferenza raccontata nei testi che avevo letto su campi più noti come Auschwitz. L’architetto, che ha ristrutturato la Risiera ha voluto trasmettere al visitatore un senso di angoscia e impotenza attraverso le altissime mura in cemento armato che circondano il museo; in più, i reperti trovati e le stanze dei prigionieri mi hanno trasmesso la violenza e il dolore delle persone rinchiuse e maltrattate. Nonostante la tristezza e l’angoscia provate, sono riuscito a comprendere che è giusto ricordare ciò che l’uomo ha fatto in modo che non accada mai più.

Paolo Gaboardi

La visita alla risiera mi ha fatto riflettere sulle atrocità che l’uomo può compiere. È importante che posti come questi vengano visiti perché la storia è una grande maestra di vita e bisognerebbe ascoltarla più spesso.

Matteo Sinigaglia

Il 20 marzo 2016, assieme alla mia classe, sono andato a visitare la risiera di San Sabba. Per raggiungere lo spiazzo abbiamo dovuto attraversare un vicolo stretto e angusto, la guida ci raccontava che l’architetto l’aveva costruito per trasmettere ai visitatori una sensazione di angoscia. Infatti mi è sembrato di attraversare il cancello dell’inferno. All’interno dello spiazzo si potevano vedere le strutture che componevano la risiera: c’era  un edificio in cui si trovavano le prigioni, un altro per gli uffici e una zona in cui c’erano le lapidi. Dopo che la guida ci ha lasciati, io ho fatto un giro per il museo e ho provato una forte commozione nel leggere i nomi degli innocenti, troppi, che sono morti lì. Tuttora porto con me i ricordi di quel luogo, la mia memoria non li cancellerà più .

Kevin Gemo

Come è strana la vita a volte..

Ci sono momenti in cui il tempo vola : qui si è fermato proprio!

Francesca  Natale

Penso sia impossibile rimanere indifferenti di fronte ad un luogo così.

È quasi indescrivibile. Ti viene voglia di andartene e di piangere.
Poi inizi a chiederti com’è possibile che siano successe certe cose. Continui a stupirti e rimani incredulo.
È impossibile rimanere indifferenti. E ciò che è assurdo è che proviamo questo senso di malessere guardando semplicemente dei muri spogli.
Eppure in televisione si vedono immagini di morti, di disperazione, di violenza.
E noi tutti rimaniamo indifferenti.
Continuiamo a guardare, a vivere con gli occhi bendati e non abbiamo il coraggio di puntare il dito contro  chi permette che accadano certe cose.
Del resto, si sa, è difficile incolpare se stessi.

Tommaso Dugato


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