8 NOVEMBRE 1943

Era in fila davanti a quello che oggi è chiamato ‘’il Muro del pianto’’. Il suo nome non era più Paolo Petruzzi: era diventato solo il numero 23790.

Lungo il Muro del pianto

Quel primo giorno al campo fu anche l’ultimo in cui vide suo figlio Bruno.

Appelplatz.

Cominciò l’appello: ore ed ore al gelo ad aspettare che chiamassero il suo numero.

Foto d'archivio

L’unica cosa che gli era concesso mangiare era una zuppa povera ed annacquata di bucce di carota e patata. Era l’unica sua fonte di energia per affrontare il “lavoro” che ogni giorno era costretto ad eseguire alla cava: scalare quegli impervi scalini con un enorme macigno sulle spalle.

La cava

Arrivato in cima, un uomo che si credeva più importante di lui con una spinta lo rimandava giù. Nonostante il dolore immenso, il numero 23790 si era sempre rialzato e, tra insulti e risate, ricominciava la straziante salita non ancora pronto a morire.

La cava con i deportati

Davanti al dormitorio numero 1 avevano appena ucciso un uomo, con la canna dell’acqua l’avevano ‘’ghiaccificato’’ (se esistesse il termine sarebbe quello appropriato). Questo solo per dimostrare ai deportati chi comandava.

Baracche

Monumento

Un giorno, straziato nel cuore e massacrato nel fisico, alla vista della recinzione dietro alle baracche raccolse le ultime forze e si buttò contro di essa, tentò di oltrepassarla, ma il filo spinato non lo risparmiò: fu la conclusione della sua terribile agonia e Paolo Petruzzi realizzò il suo desiderio di libertà lasciando quel campo maledetto.

Recinzione

 

Matteo Brusegan, Michele Gatto, Luca Sanson, Sara Vecchi, Classe VB bio, a.s. 2013/14

Le mura del campo

Ingresso

Ingresso.

 

Ancora il Muro del pianto

 

Appelplatz

 

Muro di cinta

 

Camerata.

Letti

Finestra

Camera a gas

Nomi delle vittime

 

 

 

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