Arbeit macht frei

Foto di Barbara Dell’Orco

All’entrata si è “accolti” dalla scritta “Arbeit macht frei” e dal cimitero cattolico ed ebraico all’esterno della fortezza.
Le sensazioni che si provano varcando quella porta non si possono descrivere; i libri letti, i film visti non significano niente di fronte a ciò che si prova direttamente con i propri sensi.
La vista sconfina nel tatto durante questo percorso a ritroso nella storia e ti fa immedesimare nei luoghi e nelle persone che lì hanno vissuto la loro tragedia.
L’olfatto è potenziato dal silenzio e permette di percepire un odore particolare che richiama immagini di morte.
I brividi corrono sulla pelle anche mentre si visitano le piccole stanze dove erano costretti a vivere i reclusi: i dormitori, le docce, le celle d’isolamento, tutto sembra quasi surreale, il set di un film.
Si è colti da un turbamento talmente grande da essere impossibilitati a parlare: il dolore, la sofferenza e gli stenti vanno rispettati.
Il percorso lungo il tunnel della morte è il più duro e quando si sbuca sul luogo delle esecuzioni, dove si erge una forca solitaria, all’incredulità si mescola il terrore alimentato da centinaia di metri di cunicoli bui, rischiarati da poche e isolate feritoie.
E’ lì che ho capito come dalla mente umana, tanto complessa e geniale, possa scaturire la banalità del male.

Elena Dal Martello  Classe V B Biologico

Condividi su >
Facebook Twitter Pinterest Tumblr