29 gennaio 2014: Enrico Vanzini al “Boscardin”

L’inizio è sempre difficile: l’Aula Magna è occupata da abusivi,  le classi arrivano a rate, mancano sedie, manca pure il microfono questa volta… Lui però è già arrivato, assieme al giornalista Roberto Brumat che l’ha aiutato a raccogliere la sua testimonianza scritta e visiva.

Lui è Enrico Vanzini, classe 1922, nato a Varese e deportato in Germania dopo il fatidico 8 settembre che aveva lasciato l’esercito italiano in Grecia disorientato e abbandonato a se stesso dopo l’annunciata firma dell’armistizio da parte dell’EIAR e la fuga a Brindisi del Re e dei suoi ministri.

Dopo essersi rifiutato di unirsi ai nazisti, Vanzini viene arrestato dalla Wehrmach e portato in Germania, dove arriva dopo ventidue giorni di un viaggio spaventoso, compresso in uno dei “trenta carri bestiame” che in tutto ammucchiavano più di mille prigionieri (circa sessanta per vagone)  “stipati al buio, senza nulla da mangiare e da bere e costretti a fare i bisogni lì dove si stava seduti e si dormiva.” Quando il treno si fermava, quasi sempre a causa dei binari colpiti dai bombardamenti, i prigionieri assetati venivano odiosamente derisi dai tedeschi che offrivano loro borracce d’acqua per versarne a terra il contenuto un attimo prima di passarle ai deportati. “L’unico cibo che ci davano era una fettina di pane nero a mezzogiorno e una alle cinque di sera; al mattino distribuivano due borracce d’acqua per ciascun vagone, due per sessanta persone.”  (E. Vanzini-R. Brumat, L’ultimo sonderkommando italiano: a Dachau ero il numero 123343, Rizzoli, 2013)

E’ così che inizia il racconto di Vanzini che sorprende tutti per la lucidità con cui recupera la sua memoria storica di novant’anni di vita e la scopre senza la paura di dover ripercorrere quei sentieri dissestati e tortuosi che dal 19 settembre 1943 al 29 aprile 1945 hanno segnato la sua anima di rughe che nessun chirurgo può cancellare.

Il racconto ci porta prima ad Ingolstadt, nella fabbrica di telai per carri armati, poi a Buchenwald e infine a Dachau, dove Vanzini approda dopo che la pena di morte, comminatagli a causa della fuga dalla fabbrica in fiamme, era stata mutata in internamento.

Dachau: primo campo inaugurato dai tedeschi, a poca distanza da Monaco, nasce come campo di internamento per prigionieri politici e successivamente diventa il principale di una serie di sotto-lager dove i prigionieri,  con il tempo appartenenti a tutte le categorie e nazionalità, sopravvivevano stipati l’uno sopra l’altro, sottoposti a privazioni torture ed esperimenti ufficialmente finalizzati ad approfondire le conoscenze mediche dei tedeschi.

Nico Rost, sopravvissuto a quell’inferno raccontava nel 1955: “[…] la caserma degli esperimenti, il regno del dottor Rascher. […] qui i prigionieri furono immersi in acqua ghiacciata fino all’ipotermia, spesso per ore e ore fino alla morte, in modo da calcolare il tempo medio trascorso oltre il quale non avrebbe avuto più alcun senso cercare i paracadutisti caduti nelle acque della Manica dopo essere stati abbattuti. Sperimenti di trapianti ossei, sui tessuti connettivi e di ipertermia furono effettuati in questi caserme, fino a provocare la morte, agonizzante, dopo una terribile sofferenza”. 

Dachau diventa ben presto un modello per tutti gli altri campi, la prima scuola di crimini per le SS. D’altra parte, le cavie non mancavano: progettato per contenere 5.000 prigionieri, il campo arriverà infatti a contenerne circa 30.000 a cui ne vanno aggiunti altrettanti dislocati nei campi secondari.

La narrazione di Vanzini si snoda attraverso lo Jourhaus adornato dalla scritta beffarda  “Arbeit macht frei”, tra le baracche e i “bagni” del campo, sfila lungo l’Appelplatz facendo tappa all’infermeria per concludersi ai forni crematori adiacenti alla camera a gas. Qui il deportato N. 123343 vivrà la sua esperienza più difficile: diventerà un Sonderkommando dalla vita a tempo, da sopprimere dopo qualche settimana per impedire che racconti. Che racconti di essere stato costretto a far spogliare i condannati, raccattarli appena gasati, infilarli dentro la bocca del forno, magari quando ancora esalavano dei flebili respiri.

Là la pietà non era parola frequentata e bisognava soffocarne il sentimento per poter rimanere in vita. Forse per questo il senso di colpa provato da tutti i sopravvissuti ha stroncato vite che erano riuscite ad avere la meglio su quell’orrore.

Quando torna a casa, Vanzini pesa poco meno di 30 Kg; ne aveva persi una cinquantina. E’ così scheletrico che la madre non lo riconosce. A questo punto del racconto, l’atmosfera si fa ancora più carica e le lacrime del pubblico scendono in sintonia con quelle del deportato  N. 123343 che ricorda la madre incredula e grata a quella donna generosa e sconosciuta che era stata falciata dalle guardie per aver voluto offrire un tozzo di pane nero a quello spettro di figlio che ora glielo porgeva perché capisse il suo dolore.

Le parole dei libri di Storia, i filmati, i racconti sentiti dalle voci degli insegnanti si stavano materializzando, mentre la lontananza e l’incredulità dei ragazzi si stavano dissolvendo per lasciare posto ad una nuova consapevolezza. Non c’è niente di più forte e potente del racconto diretto, della testimonianza per trasmettere conoscenza. La testimonianza, però, richiede una forza interiore ed un coraggio che Vanzini ha costruito in quasi settant’anni; la paura di non essere creduto e la convinzione di dimenticare tramite il silenzio l’hanno accomunato a tanti altri testimoni, privando noi e soprattutto i più giovani della possibilità di sapere e di capire.

Non concluderò con la solita retorica di chi spera che parlarne possa evitare che accada di nuovo; non ci credo perché la Storia ci dimostra il contrario. Concluderò, invece, sottolineando il fatto che ai ragazzi è capitata una fortuna: quella di essere stati loro stessi testimoni di una cosa abnorme e spaventosa, raccontata da qualcuno che l’ha vissuta in prima persona, uno degli ultimi che è stato, suo malgrado, protagonista di un dramma in cui interpretava la parte della vittima che, in questo caso, raccontandosi senza provare odio o rancore,  è riuscita a sopravvivere al suo carnefice e a sconfiggerlo.

Paola Dalla Valle

Sulla giacca spicca la Medaglia d'Onore conferitagli dal Presidente Napolitano nel 2013
                  Enrico Vanzini – Sulla giacca spicca la Medaglia d’Onore conferitagli dal Presidente Napolitano nel 2013

 

Enrico Vanzini e Roberto Brumat
Enrico Vanzini e Roberto Brumat

 

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Arbeit-macht-frei

 

 

Dachau I forni
Dachau I forni

 

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