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E’ difficile pensare

Con la costruzione dei campi di concentramento l’uomo ha privato altri uomini della loro libertà. Le vittime dei lager sono moltissime e le persone che sono riuscite a salvarsi sono rimaste prigioniere del ricordo di quello che hanno vissuto nei campi di sterminio. E’ difficile pensare che sia stato l’Uomo l’artefice  di questo genocidio ed è ancora più difficile pensare che ci sono persone che rinnegano quello che è accaduto. Speriamo almeno che la storia ci aiuti a non commettere più gli  errori fatti in passato.

Sonia Zocca Classe VBbio a.s. 2013/14

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La cera scivola pian piano

È difficile pensare che l’uomo possa essere arrivato a tanta crudeltà, che sia riuscito a divertirsi vedendo le persone che si suicidavano per il dolore, giocando con i deportati, facendoli soffrire e portandoli fino allo stremo delle forze.

Per capire di che cosa sto parlando basta citare una parola: Hitler.

Come lui non c’è stato nessuno. I campi di concentramento che fece costruire servivano ad eliminare tutte le razze e a salvarne una soltanto, la più potente: la razza ariana. Il razzismo, la discriminazione verso il prossimo sono argomenti ancora discussi al giorno d’oggi. Quell’odio nei confronti di ebrei, omosessuali, zingari, prigionieri politici e handicappati si sente tuttora quando si visitano i campi di concentramento.

“Boom !” Il tempo si ferma, i pensieri iniziano ad occupare tutta la tua mente, un nodo alla gola è pronto a salire, gli occhi si fanno più spenti e un senso di solitudine ti trapassa mentre cammini in mezzo a questi luoghi scrutando qualsiasi particolare. Per me sono emozioni forti, ma anche emozioni che si devono provare. Può sembrare una banalità ma camminando tra le baracche mi viene da immedesimarmi, mi sembra di essere come quelle persone che hanno sofferto, mi viene da pensare a come sarebbe stato dormire in 5-6 su di un tavolato, a come sarebbe stato resistere tutto quel tempo mangiando la “minestra” di bucce di patate e carote, a come sarei se fossi una sopravvissuta. Allo stesso tempo mi chiedo se mai avrei attuato atti di cannibalismo oppure se mi sarei suicidata; un pensiero macabro ma, come mi hanno insegnato, per capire veramente una situazione devi viverla personalmente.

Quando osservo i forni crematori, mi viene ogni volta da paragonare la pelle delle persone a delle candele che con il calore si sciolgono, mentre la cera scivola pian piano unendo i corpi in un’unica sofferenza.

Immagino le urla delle persone ma soprattutto le SS che rimangono passive a guardare le atrocità e il dolore e mi domando: “se avessero pensato di essere dei deportati e di soffrire come gli altri, sarebbero stati in grado di fermarsi di fronte al dolore di altri uomini oppure la consapevolezza del male era per loro inesistente?”

Anna Girardello Classe V Bbio a.s. 2013/14

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Troppo ordine

Personalmente quando ho visto dall’esterno il campo di concentramento di Mathausen ho fatto fatica a pensare ad esso come a un luogo di morte. La giornata era limpida e per chiunque, ignaro delle atrocità commesse al suo interno, il campo sarebbe potuto sembrare una banalissima fabbrica.

Dopo aver varcato un portone d’ingresso ci si trova in una grande piazza, alla fine della quale c’è una grande scalinata che porta al vero e proprio ingresso al campo. Attualmente, l’ingresso è sovrastato da un monumento di pietra bianca, che rappresenta un uomo congelato. Inizialmente non capivo il suo significato, solo dopo la spiegazione della professoressa sono rabbrividita: la statua rappresenta uno dei passatempi preferiti dalle SS, cioè bagnare i deportati con acqua ghiacciata e lasciarli congelare al freddo. Pur sapendo ciò che è successo all’interno di quel luogo e in tanti altri simili, questa è l’unica cosa che mi ha veramente impressionata, perchè mi è quasi sembrato di essere presente nel momento in cui accadeva: troppo ordine e troppa accuratezza nella riedificazione austriaca.
Nonostante la condanna mondiale, c’è chi nega lo sterminio e chi ancora ne attua, dimostrando che quanto è successo altro non è che un’espressione aberrante della natura umana.

 

Mauthausen, Le mura

Mauthausen, Le mura

 

Alice Antoniazzo VBbio., a.s. 2013/14

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… e l’anima si congela

“La violenza contro le masse, mai potrà eliminare il male” Gandhi

Sono di fronte alle immagini raccolte nel museo adiacente al campo di concentramento di Terezin; incredula e come vuota di pensieri.

Mi colpiscono gli sguardi perduti dei deportati davanti all’obiettivo della macchina fotografica e in particolare quello di una bambina che, stringendo la sua bambola di pezza, gioca.
L’aria che si respira all’interno del campo è intrisa di dolore e di tristezza ma, nelle foto che testimoniano i fatti accaduti, il terrore che riempie gli occhi di quella gente non riesce a cancellare la speranza di trovare una crepa nella crudeltà di carcerieri che sono ancora persone anche se dimostrano disprezzo. Ci sarà qualcuno che avrà provato pietà?
Un silenzio sovraumano segna l’atmosfera ed è proprio questo che accentua la freddezza del campo; sembra quasi in grado di congelare l’anima dei visitatori. L’unico rumore è il battito del nostro cuore.

Martina Bagnara Classe V E Biologico

Foto di Linda Parisotto

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La scritta

Foto di Barbara Dell'Orco

La scritta “Arbeit macht frei” colpisce molto. Suscita sensazioni che non si possono provare avendola soltanto letta sulle foto dei libri di Storia.

Nel visitare gli alloggi dove erano stipati i deportati, l’idea che tra loro vi fossero bambini, mette un senso di grande tristezza e di dolore impotente.

E il pensare che questi bambini non abbiano vissuto la loro infanzia nello stesso modo in cui ogni bambino avrebbe diritto di viverla, contribuisce a rendere ancora più “pesante” l’atmosfera.

Viene da chiedersi come sia stato possibile, da parte di uomini apparentemente come tutti gli altri, pianificare l’eliminazione sistematica di una razza.

E si capisce come la preservazione della memoria storica sia un atto dovuto all’Umanità offesa di tutti i tempi.

Alberto Tartaglia  Classe V B Biologico

 

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