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Dove può arrivare l’Uomo?

L’uomo è un essere finito, con limiti ben chiari e, se si considera che dove finisce la libertà di uno inizia quella di chi gli sta accanto, con libertà limitate. Ma è proprio da questo limite che l’uomo trae la forza per espandersi oltre ai suoi confini, al di là del suo limite fisico, per dar vita, nel bene e nel male, a idee, sogni, progetti.
Ed è proprio questo il pensiero che è emerso durante la mia visita a Mauthausen “dove può arrivare l’uomo se dà sfogo al proprio odio, materializzandolo. Dove può arrivare? ”
E allora credo sia importante tenere in vita questi luoghi, per certi aspetti inanimati, spogliati del vissuto quotidiano, ma intrisi di memoria. Una memoria sicuramente scomoda, ignobile e vergognosa ma necessaria a farci ricordare, nel percorso della vita dell’umanità, che ogni qualvolta ci fermiamo per guardarci indietro, ciò che vediamo deve servirci a rendere la strada meno tortuosa e ad aiutarci a non commettere gli stessi errori.
C’è solo una cosa peggiore dell’Olocausto: l’indifferenza.
Il “mai più” che si eleva da questi luoghi in opposizione al martirio patito non deve però essere un concetto di facciata. Esso deve tradursi, anche in noi giovani che non abbiamo vissuto direttamente queste atrocità, in una quotidianità, eticamente e moralmente integra, attenta anche e soprattutto ai più deboli e ai “diversi”.
È doveroso allora cogliere le grida che si sprigionano da quelle pietre mute.

Silvia Grotto Classe VBbio a.s. 2013/14

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MAUTHAUSEN

Detto sinceramente, riesco a stento a scrivere questo testo, e non perché non abbia ricordi delle sensazioni e dell’aria che si respirava al campo o perché non abbia nessun commento da fare, ma semplicemente perché i pensieri sono così numerosi che è una dura impresa riuscire a organizzarli e a collegarli secondo un filo logico.

Penso che sulle condizioni infernali alle quali dovettero in qualche modo sottostare gli internati al campo si sia già detto tutto: la denutrizione, le malattie, il freddo, il lavoro pesante e la violenza degli aguzzini avevano segnato i loro corpi, li avevano resi irriconoscibili e spettrali; la paura, la consapevolezza di essere destinati alla morte così come era stato o sarebbe stato per i propri cari, il vedere ogni giorno compagni di prigionia andarsene ed essere ogni giorno trattati come animali da soma o da macello aveva divorato le loro menti.

Visitando il campo, ho provato ad immaginare per qualche istante la vita fra quelle mura, nelle stesse condizioni descritte brevemente poco fa e devo dire, in tutta onestà, che non penso sarei riuscito a uscirne vivo.

Da quel momento in poi ho cominciato ad ammirare profondamente tutti coloro che sono riusciti a scappare da quell’inferno e che ne hanno portato una testimonianza diretta.

Molti di loro raccontano che mantenere viva la speranza in quei giorni è stato incredibilmente difficile, ma che ci sono riusciti aiutandosi a vicenda e trovando qualcosa che permettesse loro di mantenere la mente lucida, cercando nuovi interessi ed accrescendo le proprie conoscenze grazie alla condivisone dei propri saperi fra i prigionieri: chi conosceva l’architettura la insegnava agli altri, chi si intendeva di letteratura la raccontava e così via con la musica, la storia e la scienza e con qualsiasi altro argomento. La cultura ebbe così per molti un effetto ristoratore che permise loro di continuare ad apprezzare la vita e a non demoralizzarsi completamente perdendo del tutto le speranze.

Questa fu a mio avviso una delle contromosse più inaspettate nei confronti dell’operato dei nazisti che puntavano ad annullare completamente la personalità dei prigionieri, sia per renderli inermi e incapaci di ribellarsi, sia perché li ritenevano veramente poco più che spazzatura.

Già all’arrivo al campo, i deportati venivano privati del diritto di avere un nome e venivano marchiati con un numero, mentre ogni azione era mirata a indebolirli sia fisicamente che psicologicamente.

Come già detto, alcuni però trovarono un’ancora di salvezza in ciò che più amavano al di fuori delle loro prigionia e resistettero alle continue torture alle quali erano costantemente sottoposti: si piegarono ma non furono spezzati, neanche in quelle condizioni, le più terribili che si possano immaginare.

Edoardo Pettenuzzo Classe VBbio a.s. 2013/14

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Deportati

Ripensando all’esperienza vissuta nel campo di concentramento di Mauthausen, mi torna alla mente la poesia “Soldati” di Ungaretti, dove l’autore con pochi versi riesce a descrivere l’incertezza della vita di un militare in battaglia. Allo stesso modo, questa poesia può riferirsi ai deportati di quel campo di concentramento i quali vivevano ogni giorno tra l’angoscia della vita e la speranza di morire a causa dell’invivibile situazione psicologica e fisica a cui erano costretti. I prigionieri, oltre a dover lavorare nella cava di marmo presente nel lager, erano anche il “passatempo” preferito dai soldati nazisti. Questi ultimi si divertivano a farli stare per ore in piedi per l’appello; a sottoporli a docce ghiacciate in pieno inverno, per cui molti morivano assiderati. A volte, nelle giornate piovose venivano fatti stendere per terra, a mo’ di “passerella umana”, per non far sporcare gli stivali ai generali.

Ogni deportato diventava allora come una foglia d’autunno che con un soffio di vento cadeva al suolo per non rialzarsi più.

Chiara Conti, Classe VBbiologico a.s. 2013/14

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Uno sguardo al passato

Noi che siamo uomini abbiamo il dovere di dare vita alla speranza che, come si dice, è “ultima a morire”. Per fare questo è necessario dare un’occhiata al passato e tornare indietro nel tempo, circa ad una settantina d’anni fa.

Allora, gli uomini “diversi” venivano strappati alla loro umile vita e separati (per sempre) dai loro parenti più stretti per essere rinchiusi in campi di deportazione: qui, venivano trattati peggio delle bestie in quanto dovevano lavorare tutto il giorno stremati dalla fame e afflitti dal persistente gelo invernale. All’interno dei campi di concentramento erano udibili solo le urla minacciose e prepotenti degli aguzzini e le grida di dolore di tutti i deportati che non conoscevano il vero motivo per cui si trovassero lì a subire tali ingiustizie di vita.
Noi che siamo uomini dobbiamo pensare a tutte le persone che sono state rinchiuse nelle camere a gas destinate a morire soffocate o a tutte quelle povere creature nude su cui venivano scagliati getti di acqua gelida in pieno inverno solo per divertimento o per dispetto.
Potrebbe tutto questo prendere il nome di “vita”? Assolutamente no. Tutto ciò è solamente ingiustizia.
Quello che dobbiamo riuscire a fare è guardare il passato e metterci bene in testa che errori brutali come quelli di 70 anni fa non devono mai più essere commessi da nessuno ai danni di nessun altro. E dobbiamo guardare il futuro con un sorriso stampato in faccia e pensare solo a cose positive. Solo noi possiamo modificare la vita e la realtà e dobbiamo farlo nel modo giusto.
In memoria di tutti quegli innocenti caduti, non dimentichiamo il passato e riflettiamo.

Valentina Doppieri, Classe VBbiologico a.s. 2013/14

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SEGUITE I SEGNI!

“SEGUITE I SEGNI” ripeterà più volte un alchimista nel corso della sua vita… “NON DIMENTICATE” sosterrà il reduce fino alla fine dei suoi giorni! Forse il collegamento tra l’ambito bellico e quello  dell’alchimia sembra inesistente ma nel nostro caso questi due termini possono essere correlati. L’ospedale e’ il luogo che per primo vediamo immediatamente dopo la nascita e che per molti di noi può essere anche l’ultimo: proprio qui ho incontrato l’altro giorno un signore piuttosto longevo. Questo signore che ha 99 anni, era accompagnato da badante, figlia e girello, era tremolante e a fatica si faceva capire. Non so il perché,  ma mi suscitava interesse. Il letto che da alcuni giorni lo ospitava era poco lontano da me e quell’esile vecchietto ha iniziato a parlarmi, mi ha raccontato di quand’era giovane e della Seconda Guerra Mondiale che lui ha vissuto in prima persona. Ha iniziato il discorso dicendomi che la Guerra è stata dura . Sussurrava e io non riuscivo ad intuire tutte le parole che uscivano dalla sua bocca; per questo motivo ho avvicinato il mio orecchio alle sue labbra ; la debole voce che ne usciva tentava di dirmi :

“Voi giovani siete fortunati, voi giovani siete fortunati perché non avete vissuto la miseria,  voi non avete visto la cattiveria che l’uomo possiede, per voi la guerra e’ solo un avvenimento storico, per noi che l’abbiamo vista istante dopo istante è invece la tattica politica più oscena che esista” – E poi ancora- ” Questi miei occhi hanno visto cose atroci che non meritano di essere nominate. Questa mia testa conserva immagini piuttosto dure che non ho mai avuto il coraggio di descrivere a nessuno”-  E infine piangendo: “Parlare di queste cose mi fa male ma mi sento in dovere di comunicarle affinché voi ragazzi, che siete il futuro, non commettiate più lo stesso errore che commisero i vostri antenati”.

Dove c’è la guerra non c’è dialogo, dove c’è la guerra non c’è ambizione, dove c’è la guerra c’è distruzione! La guerra non è costruttiva per il futuro.

L’umiltà  è una caratteristica che solo pochi di noi possiedono. Ed è con l ‘umiltà di scendere a compromessi che si può evitare una guerra. Questa è una testimonianza di cui noi abbiamo bisogno. Il saggio è colui che dosa i propri impeti. Il saggio sa aspettare il proprio turno, il saggio  è umile. Un saggio potrebbe essere questo signore, ma un saggio potrebbe essere anche un alchimista. L’alchimista è colui che sa leggere/interpretare i segnali della vita, l’alchimista è colui che è paziente ed è colui che, pur di raggiungere il proprio obiettivo (conoscere l’anima del mondo), sa attendere tutta la vita. In sostanza l’alchimista è colui che non si arrende!

E’ da qui che noi ragazzi dobbiamo prendere spunto, non dobbiamo abbatterci se il nostro sito non e’ molto conosciuto. Dobbiamo essere pazienti e anche noi, come l’alchimista, non dobbiamo arrenderci ma cogliere il momento esatto; noi ci stiamo impegnando e come l’anziano signore dobbiamo continuare a combattere la nostra battaglia,dobbiamo divulgare per non dimenticare . Noi siamo il futuro ma per costruire abbiamo bisogno delle fondamenta: abbiamo bisogno dei consigli degli anziani, dei saggi. La guerra è la via più semplice che esista, esiste dove non c’e dialogo; noi dobbiamo diffondere le informazioni, dialogare attraverso questo sito che è una possibilità offerta da chi veramente pensa a noi e al nostro futuro. Dobbiamo comportarci come l’alchimista che è il conoscitore di profonde verità ma che è disposto ad aspettare molto tempo prima di trasmettere le proprie conoscenze alla persona giusta che a sua volta le divulgherà ad un’altra.

Forza ragazzi anche se ora abbiamo poco riscontro, non pensate che sia inutile lavorarci; prima o poi la reputazione di questo sito avrà la sua ascesa. Tutto ciò che viene fatto con impegno poi verrà ricompensato! Dobbiamo essere noi i fautori di questo progetto! Non sempre i risultati sono immediati, ad ogni cosa il suo tempo!

Beatrice Carollo, IV B biol. a.s. 2012/13

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