MAUTHAUSEN

Da fuori questa infernale struttura mi mostrava solo il suo crudo esoscheletro. Rocce e malta amalgamate per soffocare ogni sibilo, ogni speranza delle anime al suo interno. Sulla sua cima, filo spinato. Invalicabile. Messo lì quasi a decorare, ad abbellire le crudeli mura.

Entrai da quella stretta porta. Nacque in me per la prima volta in vita una sensazione di claustrofobia.

Passai il varco. Quel sentimento di ansia e paura mutò. Provai oppressione. Incombeva su di me l’inumana crudeltà, la viltà di quelli che oggi non definiremmo neppure più esseri umani. Coloro che avevano organizzato quella macchina di morte. Quelli che avevano progettato, plasmato e realizzato quell’infame strumento che portò all’annientamento di innumerevoli vite.

Attraversai la piazza. Salii per una rampa di scale.

Arrivai all’ “Appellplatz”, la piazza dell’appello. Era vuota e silenziosa. Desolata. Questa mancanza di materia fisica però non implicava l’assenza di sostanza metafisica. Vi aleggiava la morte. Questa benevola madre non aveva mai abbandonato quei luoghi.

La mia mente si sciolse dal mio corpo. In breve si ritrovò tra i prigionieri, pietrificati. Erano in attesa dell’appello, che quasi sicuramente avrebbe significato la crescita dei cumuli di cadaveri.

Vedevo i corpi scarni e logori. Sentivo il caldo fiato di un prigioniero dietro di me sulla mia schiena. Il contrasto con il freddo mi fece capire quanto quest’ultimo fosse intenso.

Ero circondato da corpi che ormai non potevano più essere definiti umani. Privi ormai di speranza e di scintilla di vita miravano il sole. L’indifferenza alla luminosità dell’astro regnava in loro. Gli occhi scavati semplicemente si rivolgevano a Dio. Domandando il motivo di tale crudele destino.

Una folata di aria gelida mi distolse dalla terribile visione. Ne rimasi scosso sin nelle profondità del mio cuore. Ferito in meandri così riposti che nemmeno io ero mai riuscito a percepire.

Continuai. Entrai in una delle baracche. Le setacciai tutte, avido. Cercai, frenetico, il segnale che almeno un minimo di umanità avesse abitato quei luoghi. La mia ricerca fu una caccia infruttuosa.

Proseguii senza sosta in questo alienante percorso.

La prossima tappa sarebbero state le camere a gas. Avvicinandomi mi trovai davanti il camino dei forni. Svettante, elegante nella sua tragicità.

Penetrai nei luoghi che realizzarono gli ideali nazisti. All’entrata una targhetta con la scritta “Gaskammer” mi annunciava ciò che mi attendeva.

Le camere erano ormai vuote, civilizzate. Ma l’atmosfera che vi si respirava, quella no. Quella era impregnata indissolubilmente di un’aura impalpabile, tra realtà e aldilà. Mi sentivo come Dante nel suo viaggio all’inferno, senza però il mio duca. Le mura esalavano il terrore, il dolore e la disperazione dei morenti, gli facevano da mute tombe.

Uscii, e tornai a rivedere il cielo.

In quel momento sentii un fastidio al polso sinistro, lo guardai. Vidi impresso nella mia pelle il numero di riconoscimento.

Quel luogo mi si era inciso dentro.

Enrico Gottardo

V A biol. A.s. 2013/14

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