MAUTHAUSEN

Detto sinceramente, riesco a stento a scrivere questo testo, e non perché non abbia ricordi delle sensazioni e dell’aria che si respirava al campo o perché non abbia nessun commento da fare, ma semplicemente perché i pensieri sono così numerosi che è una dura impresa riuscire a organizzarli e a collegarli secondo un filo logico.

Penso che sulle condizioni infernali alle quali dovettero in qualche modo sottostare gli internati al campo si sia già detto tutto: la denutrizione, le malattie, il freddo, il lavoro pesante e la violenza degli aguzzini avevano segnato i loro corpi, li avevano resi irriconoscibili e spettrali; la paura, la consapevolezza di essere destinati alla morte così come era stato o sarebbe stato per i propri cari, il vedere ogni giorno compagni di prigionia andarsene ed essere ogni giorno trattati come animali da soma o da macello aveva divorato le loro menti.

Visitando il campo, ho provato ad immaginare per qualche istante la vita fra quelle mura, nelle stesse condizioni descritte brevemente poco fa e devo dire, in tutta onestà, che non penso sarei riuscito a uscirne vivo.

Da quel momento in poi ho cominciato ad ammirare profondamente tutti coloro che sono riusciti a scappare da quell’inferno e che ne hanno portato una testimonianza diretta.

Molti di loro raccontano che mantenere viva la speranza in quei giorni è stato incredibilmente difficile, ma che ci sono riusciti aiutandosi a vicenda e trovando qualcosa che permettesse loro di mantenere la mente lucida, cercando nuovi interessi ed accrescendo le proprie conoscenze grazie alla condivisone dei propri saperi fra i prigionieri: chi conosceva l’architettura la insegnava agli altri, chi si intendeva di letteratura la raccontava e così via con la musica, la storia e la scienza e con qualsiasi altro argomento. La cultura ebbe così per molti un effetto ristoratore che permise loro di continuare ad apprezzare la vita e a non demoralizzarsi completamente perdendo del tutto le speranze.

Questa fu a mio avviso una delle contromosse più inaspettate nei confronti dell’operato dei nazisti che puntavano ad annullare completamente la personalità dei prigionieri, sia per renderli inermi e incapaci di ribellarsi, sia perché li ritenevano veramente poco più che spazzatura.

Già all’arrivo al campo, i deportati venivano privati del diritto di avere un nome e venivano marchiati con un numero, mentre ogni azione era mirata a indebolirli sia fisicamente che psicologicamente.

Come già detto, alcuni però trovarono un’ancora di salvezza in ciò che più amavano al di fuori delle loro prigionia e resistettero alle continue torture alle quali erano costantemente sottoposti: si piegarono ma non furono spezzati, neanche in quelle condizioni, le più terribili che si possano immaginare.

Edoardo Pettenuzzo Classe VBbio a.s. 2013/14

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