Mauthausen

Con la pioggia battente, il vento, la grandine ed il caldo afoso, sempre a capo chino e con la schiena spezzata, la mia vita ho speso a trasportare blocchi di marmo su per quella scalinata diseguale e sporca di sangue che ora tu, visitatore, sali e scendi tranquillamente.

No, tu non puoi capire la paura che ogni giorno mi portavo addosso come una fredda camicia bagnata.

Chi sono? Un’anima intrappolata qui, tra queste baracche verdi che evocano solamente brutti ricordi.

Chi ero? Un ragazzo qualunque, appena entrato nell’età adulta.

La mia colpa? Essere un ebreo nato in territorio tedesco.

Se ti va di ascoltare, questa è la mia storia.

Il mio nome lo ricordo a fatica, ma mi pare fosse Abrham, o forse qualcosa di simile, il cognome non lo ricordo proprio.

Ero nato in una piccola cittadina nel sud della Germania in una famiglia ebrea benestante. Ero il terzo di cinque fratelli.

Avevo una vita normale, forse anche troppo, ma mi andava bene così. Del resto, per essere felici a volte non serve poi molto.

Avevo finito la scuola da poco e avevo cominciato a lavorare in una drogheria vicino a casa quando uscirono le prime leggi antisemite. Fui licenziato.

Da quel momento non passò molto tempo che io e la mia famiglia, traslocammo. Ma fuggire da un così numeroso branco di lupi è difficile per un coniglio!

L’anno seguente, infatti, fummo presi, divisi e deportati. Le grida acute di mia madre sono uno tra i ricordi più vividi che ho.

Io finii qui, a Mauthausen.

Fu terribile come in qualsiasi altro campo di sterminio, o lavoro, come piaceva chiamarli a quei mostri. Come se un nome potesse cambiare la crudeltà di ciò che ci facevano!

Appena arrivai mi spogliarono e mi privarono di tutto ciò che avevo, identità compresa.

In poco tempo divenni un fantasma in carne ed ossa, un numero vestito di stracci logori e con lo stomaco vuoto.

Ogni mattina presto le trombe suonavano. Tutti uscivamo in fretta per non fare tardi. Poi ci mettevamo in fila per l’appello e, in perfetto silenzio, attendevamo che venisse chiamato il nostro numero.

Ci facevano stare in piedi per ore, anche più volte al giorno, che ci fosse sole, neve o pioggia. Ci sentivamo gelare le ossa, ma dovevamo resistere se ci tenevamo alla vita.

Ripensandoci ora, mi accorgo che forse sarebbe stato meglio cedere prima.

Come se non fosse abbastanza farci patire così, quegli animali ci investivano spesso con getti di acqua fredda. Più di uno di noi è morto diventando una statua di ghiaccio.

Per quanto fossero fredde, l’aria e l’acqua non potevano competere con il freddo della paura che ci uccideva da dentro. Non vedevo amici, solo mostri dal cuore di pietra e animali da soma dagli occhi vuoti, rassegnati.

La rabbia non ci poteva scaldare, perché ci avevano tolto anche questo diritto.

Il caldo non faceva altro che farci rimpiangere ancora di più la nostra situazione, e riempiva l’aria dell’acre odore dei cadaveri.

La maggior parte del giorno la trascorrevamo nella cava.

Caricarsi il blocco di pietra sulla schiena era la cosa più facile, quasi uno scherzo in confronto al resto.

Gli scalini erano la cosa più dura, il risultato di una mente malvagia. Non ne esistevano due alti uguali.

Procedevamo passo dopo passo, con la schiena curva e le ginocchia doloranti, sperando che non toccasse a noi di essere spinti in basso. O forse no. A volte era questo che alcuni di noi venivano portati a desiderare.

Ogni tanto un urlo agghiacciante spezzava l’aria. Alcuni non gridavano nemmeno.

Il nostro pasto consisteva in una misera minestra di avanzi di alcuni ristoranti. Chiamarla minestra forse è un insulto alla parola stessa. Era brodino con scorze di patata e/o carota.

I rumori che udivo sempre nelle mie orecchie erano i soffocati lamenti del mio stomaco.

I più disperati, quelli ai quali non era rimasto il minimo attaccamento alla vita e che erano stati portati a volere la fine, si suicidavano, nemmeno aspettavano di essere uccisi.

Il filo spinato elettrificato era diventato lo stendino delle anime disperate di quelli che non avevano il fegato di impiccarsi.

Inoltre, come se tutto questo non fosse abbastanza, la sera era tortura psicologica.

In fondo alla baracca, su una pedana rialzata, stava comodamente il kapò, come se ci fosse il bisogno di dover controllare corpi che a malapena avevano la forza e la voglia di stare in piedi.

Mentre noi eravamo lì a gustarci la nostra solita brodaglia, lui spiluccava la sua ricca cena.

Avrei ucciso per avere anche solo un piccolo boccone di ciò che lui scartava così impudentemente!

Era solo poi, però, che arrivava la cosa più subdola.

Egli infatti, su quella specie di altare autocelebrativo, davanti ai nostri occhi costretti a guardare, aveva rapporti sessuali con chiunque volesse, anche bambini.

Poi ci ammassavamo sui letti, se così si possono chiamare dei miseri e sporchi giacigli sistemati su quattro pali, e trovavamo un po’ di pace. Era qui che molti di noi si lasciavano morire.

Nelle notti più fredde, nuvole di respiro condensato galleggiavano nelle baracche.

Ogni sorgere del sole era una maledizione.

Ah, quanti modi nuovi e scuse si trovano per fare il male!

Penso che, prima dei campi di sterminio, mai un uomo abbia allo stesso tempo amato e detestato la vita in modo così disperato.

Ti starai chiedendo come sono morto. Adesso ci arrivo.

Era una grigia giornata di non so che mese primaverile. Io e dei miei camerati eravamo scivolati nel fango ed eravamo tutti sporchi. Mai scusa fu fornita ai nostri aguzzini così gentilmente.

Un paio di soldati vennero da noi e, con un sorriso ferino sulle labbra, ci invitarono a fare una doccia.

Uno dei miei sventurati compagni era ingenuamente allegro, pensava di essere uno dei pochi fortunati.

Io speravo solo che facessero in fretta.

Non ricordo nemmeno in che porta entrai, scesi le scale come in un incubo, e feci tutto ciò che mi dissero come se già la mia vita mi fosse scivolata via di dosso. Ci spogliarono e ci chiusero in uno stanzino.

Poi aprirono l’acqua ed il gas.

La morte mi accolse tra le sue braccia come la più dolce delle amanti.

Ora sono qui, niente più che un sibilo nel vento, un nome tra tantissimi altri. Un nome come tanti altri. Un nome dimenticato.

Tu che vieni qui, per favore, ricordami, ricordaci, perché il male nasce dall’indifferenza.

Rosoni Laura, 5 Abio

Novembre 2013

 

 

 

 

 

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