Nel freddo inverno praghese ho visitato Terezin


Nel freddo inverno praghese ho visitato Terezin.
Di quel giorno poche emozioni mi si sono impresse saldamente nella mente: paura e solitudine.

Emozioni mie, ma anche dei deportati che immaginavo muoversi come fantasmi. Forse perché ciò che temo di più è proprio la solitudine, non quella fisica ma quella interiore…

In quel campo di lavoro, un tempo pieno di rumori sordi e cupi, tutto era silenzioso e inquietante: gli uffici delle guardie, le camerate con brande di nudo legno dei deportati, l’ambulatorio, le celle dei prigionieri. L’ambulatorio, dove venivano praticati interventi in condizioni, penso, disumane e con attrezzature inadatte, mi è apparso freddo e squallido.

Sentivo quasi un dolore fisico, un reale senso di sofferenza.

E poi le celle: strette, umide, con minuscole fessure per spiragli di luce; ma non tutte…

Foto di Linda Parisotto

Alcune sono completamente buie; non lasciano la possibilità di vedere, di respirare, di sperare … solo di ammazzarsi.

In quel momento, di fronte ad una di esse, mi ha trafitto una profonda sensazione: di solitudine, di abbandono, di disperazione; tanto potente che, credo, se mi fossi trovata trascinata lì, non sarei riuscita nemmeno a rivolgermi a Dio.

Aurora Boarotto  Classe V E Biologico

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