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Mauthausen, disegno di Valeria Rigotto, V A bio.

Mauthausen, 4 novembre 2013

Mauthausen

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MAUTHAUSEN

Da fuori questa infernale struttura mi mostrava solo il suo crudo esoscheletro. Rocce e malta amalgamate per soffocare ogni sibilo, ogni speranza delle anime al suo interno. Sulla sua cima, filo spinato. Invalicabile. Messo lì quasi a decorare, ad abbellire le crudeli mura.

Entrai da quella stretta porta. Nacque in me per la prima volta in vita una sensazione di claustrofobia.

Passai il varco. Quel sentimento di ansia e paura mutò. Provai oppressione. Incombeva su di me l’inumana crudeltà, la viltà di quelli che oggi non definiremmo neppure più esseri umani. Coloro che avevano organizzato quella macchina di morte. Quelli che avevano progettato, plasmato e realizzato quell’infame strumento che portò all’annientamento di innumerevoli vite.

Attraversai la piazza. Salii per una rampa di scale.

Arrivai all’ “Appellplatz”, la piazza dell’appello. Era vuota e silenziosa. Desolata. Questa mancanza di materia fisica però non implicava l’assenza di sostanza metafisica. Vi aleggiava la morte. Questa benevola madre non aveva mai abbandonato quei luoghi.

La mia mente si sciolse dal mio corpo. In breve si ritrovò tra i prigionieri, pietrificati. Erano in attesa dell’appello, che quasi sicuramente avrebbe significato la crescita dei cumuli di cadaveri.

Vedevo i corpi scarni e logori. Sentivo il caldo fiato di un prigioniero dietro di me sulla mia schiena. Il contrasto con il freddo mi fece capire quanto quest’ultimo fosse intenso.

Ero circondato da corpi che ormai non potevano più essere definiti umani. Privi ormai di speranza e di scintilla di vita miravano il sole. L’indifferenza alla luminosità dell’astro regnava in loro. Gli occhi scavati semplicemente si rivolgevano a Dio. Domandando il motivo di tale crudele destino.

Una folata di aria gelida mi distolse dalla terribile visione. Ne rimasi scosso sin nelle profondità del mio cuore. Ferito in meandri così riposti che nemmeno io ero mai riuscito a percepire.

Continuai. Entrai in una delle baracche. Le setacciai tutte, avido. Cercai, frenetico, il segnale che almeno un minimo di umanità avesse abitato quei luoghi. La mia ricerca fu una caccia infruttuosa.

Proseguii senza sosta in questo alienante percorso.

La prossima tappa sarebbero state le camere a gas. Avvicinandomi mi trovai davanti il camino dei forni. Svettante, elegante nella sua tragicità.

Penetrai nei luoghi che realizzarono gli ideali nazisti. All’entrata una targhetta con la scritta “Gaskammer” mi annunciava ciò che mi attendeva.

Le camere erano ormai vuote, civilizzate. Ma l’atmosfera che vi si respirava, quella no. Quella era impregnata indissolubilmente di un’aura impalpabile, tra realtà e aldilà. Mi sentivo come Dante nel suo viaggio all’inferno, senza però il mio duca. Le mura esalavano il terrore, il dolore e la disperazione dei morenti, gli facevano da mute tombe.

Uscii, e tornai a rivedere il cielo.

In quel momento sentii un fastidio al polso sinistro, lo guardai. Vidi impresso nella mia pelle il numero di riconoscimento.

Quel luogo mi si era inciso dentro.

Enrico Gottardo

V A biol. A.s. 2013/14

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Mauthausen

Con la pioggia battente, il vento, la grandine ed il caldo afoso, sempre a capo chino e con la schiena spezzata, la mia vita ho speso a trasportare blocchi di marmo su per quella scalinata diseguale e sporca di sangue che ora tu, visitatore, sali e scendi tranquillamente.

No, tu non puoi capire la paura che ogni giorno mi portavo addosso come una fredda camicia bagnata.

Chi sono? Un’anima intrappolata qui, tra queste baracche verdi che evocano solamente brutti ricordi.

Chi ero? Un ragazzo qualunque, appena entrato nell’età adulta.

La mia colpa? Essere un ebreo nato in territorio tedesco.

Se ti va di ascoltare, questa è la mia storia.

Il mio nome lo ricordo a fatica, ma mi pare fosse Abrham, o forse qualcosa di simile, il cognome non lo ricordo proprio.

Ero nato in una piccola cittadina nel sud della Germania in una famiglia ebrea benestante. Ero il terzo di cinque fratelli.

Avevo una vita normale, forse anche troppo, ma mi andava bene così. Del resto, per essere felici a volte non serve poi molto.

Avevo finito la scuola da poco e avevo cominciato a lavorare in una drogheria vicino a casa quando uscirono le prime leggi antisemite. Fui licenziato.

Da quel momento non passò molto tempo che io e la mia famiglia, traslocammo. Ma fuggire da un così numeroso branco di lupi è difficile per un coniglio!

L’anno seguente, infatti, fummo presi, divisi e deportati. Le grida acute di mia madre sono uno tra i ricordi più vividi che ho.

Io finii qui, a Mauthausen.

Fu terribile come in qualsiasi altro campo di sterminio, o lavoro, come piaceva chiamarli a quei mostri. Come se un nome potesse cambiare la crudeltà di ciò che ci facevano!

Appena arrivai mi spogliarono e mi privarono di tutto ciò che avevo, identità compresa.

In poco tempo divenni un fantasma in carne ed ossa, un numero vestito di stracci logori e con lo stomaco vuoto.

Ogni mattina presto le trombe suonavano. Tutti uscivamo in fretta per non fare tardi. Poi ci mettevamo in fila per l’appello e, in perfetto silenzio, attendevamo che venisse chiamato il nostro numero.

Ci facevano stare in piedi per ore, anche più volte al giorno, che ci fosse sole, neve o pioggia. Ci sentivamo gelare le ossa, ma dovevamo resistere se ci tenevamo alla vita.

Ripensandoci ora, mi accorgo che forse sarebbe stato meglio cedere prima.

Come se non fosse abbastanza farci patire così, quegli animali ci investivano spesso con getti di acqua fredda. Più di uno di noi è morto diventando una statua di ghiaccio.

Per quanto fossero fredde, l’aria e l’acqua non potevano competere con il freddo della paura che ci uccideva da dentro. Non vedevo amici, solo mostri dal cuore di pietra e animali da soma dagli occhi vuoti, rassegnati.

La rabbia non ci poteva scaldare, perché ci avevano tolto anche questo diritto.

Il caldo non faceva altro che farci rimpiangere ancora di più la nostra situazione, e riempiva l’aria dell’acre odore dei cadaveri.

La maggior parte del giorno la trascorrevamo nella cava.

Caricarsi il blocco di pietra sulla schiena era la cosa più facile, quasi uno scherzo in confronto al resto.

Gli scalini erano la cosa più dura, il risultato di una mente malvagia. Non ne esistevano due alti uguali.

Procedevamo passo dopo passo, con la schiena curva e le ginocchia doloranti, sperando che non toccasse a noi di essere spinti in basso. O forse no. A volte era questo che alcuni di noi venivano portati a desiderare.

Ogni tanto un urlo agghiacciante spezzava l’aria. Alcuni non gridavano nemmeno.

Il nostro pasto consisteva in una misera minestra di avanzi di alcuni ristoranti. Chiamarla minestra forse è un insulto alla parola stessa. Era brodino con scorze di patata e/o carota.

I rumori che udivo sempre nelle mie orecchie erano i soffocati lamenti del mio stomaco.

I più disperati, quelli ai quali non era rimasto il minimo attaccamento alla vita e che erano stati portati a volere la fine, si suicidavano, nemmeno aspettavano di essere uccisi.

Il filo spinato elettrificato era diventato lo stendino delle anime disperate di quelli che non avevano il fegato di impiccarsi.

Inoltre, come se tutto questo non fosse abbastanza, la sera era tortura psicologica.

In fondo alla baracca, su una pedana rialzata, stava comodamente il kapò, come se ci fosse il bisogno di dover controllare corpi che a malapena avevano la forza e la voglia di stare in piedi.

Mentre noi eravamo lì a gustarci la nostra solita brodaglia, lui spiluccava la sua ricca cena.

Avrei ucciso per avere anche solo un piccolo boccone di ciò che lui scartava così impudentemente!

Era solo poi, però, che arrivava la cosa più subdola.

Egli infatti, su quella specie di altare autocelebrativo, davanti ai nostri occhi costretti a guardare, aveva rapporti sessuali con chiunque volesse, anche bambini.

Poi ci ammassavamo sui letti, se così si possono chiamare dei miseri e sporchi giacigli sistemati su quattro pali, e trovavamo un po’ di pace. Era qui che molti di noi si lasciavano morire.

Nelle notti più fredde, nuvole di respiro condensato galleggiavano nelle baracche.

Ogni sorgere del sole era una maledizione.

Ah, quanti modi nuovi e scuse si trovano per fare il male!

Penso che, prima dei campi di sterminio, mai un uomo abbia allo stesso tempo amato e detestato la vita in modo così disperato.

Ti starai chiedendo come sono morto. Adesso ci arrivo.

Era una grigia giornata di non so che mese primaverile. Io e dei miei camerati eravamo scivolati nel fango ed eravamo tutti sporchi. Mai scusa fu fornita ai nostri aguzzini così gentilmente.

Un paio di soldati vennero da noi e, con un sorriso ferino sulle labbra, ci invitarono a fare una doccia.

Uno dei miei sventurati compagni era ingenuamente allegro, pensava di essere uno dei pochi fortunati.

Io speravo solo che facessero in fretta.

Non ricordo nemmeno in che porta entrai, scesi le scale come in un incubo, e feci tutto ciò che mi dissero come se già la mia vita mi fosse scivolata via di dosso. Ci spogliarono e ci chiusero in uno stanzino.

Poi aprirono l’acqua ed il gas.

La morte mi accolse tra le sue braccia come la più dolce delle amanti.

Ora sono qui, niente più che un sibilo nel vento, un nome tra tantissimi altri. Un nome come tanti altri. Un nome dimenticato.

Tu che vieni qui, per favore, ricordami, ricordaci, perché il male nasce dall’indifferenza.

Rosoni Laura, 5 Abio

Novembre 2013

 

 

 

 

 

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SEGUITE I SEGNI!

“SEGUITE I SEGNI” ripeterà più volte un alchimista nel corso della sua vita… “NON DIMENTICATE” sosterrà il reduce fino alla fine dei suoi giorni! Forse il collegamento tra l’ambito bellico e quello  dell’alchimia sembra inesistente ma nel nostro caso questi due termini possono essere correlati. L’ospedale e’ il luogo che per primo vediamo immediatamente dopo la nascita e che per molti di noi può essere anche l’ultimo: proprio qui ho incontrato l’altro giorno un signore piuttosto longevo. Questo signore che ha 99 anni, era accompagnato da badante, figlia e girello, era tremolante e a fatica si faceva capire. Non so il perché,  ma mi suscitava interesse. Il letto che da alcuni giorni lo ospitava era poco lontano da me e quell’esile vecchietto ha iniziato a parlarmi, mi ha raccontato di quand’era giovane e della Seconda Guerra Mondiale che lui ha vissuto in prima persona. Ha iniziato il discorso dicendomi che la Guerra è stata dura . Sussurrava e io non riuscivo ad intuire tutte le parole che uscivano dalla sua bocca; per questo motivo ho avvicinato il mio orecchio alle sue labbra ; la debole voce che ne usciva tentava di dirmi :

“Voi giovani siete fortunati, voi giovani siete fortunati perché non avete vissuto la miseria,  voi non avete visto la cattiveria che l’uomo possiede, per voi la guerra e’ solo un avvenimento storico, per noi che l’abbiamo vista istante dopo istante è invece la tattica politica più oscena che esista” – E poi ancora- ” Questi miei occhi hanno visto cose atroci che non meritano di essere nominate. Questa mia testa conserva immagini piuttosto dure che non ho mai avuto il coraggio di descrivere a nessuno”-  E infine piangendo: “Parlare di queste cose mi fa male ma mi sento in dovere di comunicarle affinché voi ragazzi, che siete il futuro, non commettiate più lo stesso errore che commisero i vostri antenati”.

Dove c’è la guerra non c’è dialogo, dove c’è la guerra non c’è ambizione, dove c’è la guerra c’è distruzione! La guerra non è costruttiva per il futuro.

L’umiltà  è una caratteristica che solo pochi di noi possiedono. Ed è con l ‘umiltà di scendere a compromessi che si può evitare una guerra. Questa è una testimonianza di cui noi abbiamo bisogno. Il saggio è colui che dosa i propri impeti. Il saggio sa aspettare il proprio turno, il saggio  è umile. Un saggio potrebbe essere questo signore, ma un saggio potrebbe essere anche un alchimista. L’alchimista è colui che sa leggere/interpretare i segnali della vita, l’alchimista è colui che è paziente ed è colui che, pur di raggiungere il proprio obiettivo (conoscere l’anima del mondo), sa attendere tutta la vita. In sostanza l’alchimista è colui che non si arrende!

E’ da qui che noi ragazzi dobbiamo prendere spunto, non dobbiamo abbatterci se il nostro sito non e’ molto conosciuto. Dobbiamo essere pazienti e anche noi, come l’alchimista, non dobbiamo arrenderci ma cogliere il momento esatto; noi ci stiamo impegnando e come l’anziano signore dobbiamo continuare a combattere la nostra battaglia,dobbiamo divulgare per non dimenticare . Noi siamo il futuro ma per costruire abbiamo bisogno delle fondamenta: abbiamo bisogno dei consigli degli anziani, dei saggi. La guerra è la via più semplice che esista, esiste dove non c’e dialogo; noi dobbiamo diffondere le informazioni, dialogare attraverso questo sito che è una possibilità offerta da chi veramente pensa a noi e al nostro futuro. Dobbiamo comportarci come l’alchimista che è il conoscitore di profonde verità ma che è disposto ad aspettare molto tempo prima di trasmettere le proprie conoscenze alla persona giusta che a sua volta le divulgherà ad un’altra.

Forza ragazzi anche se ora abbiamo poco riscontro, non pensate che sia inutile lavorarci; prima o poi la reputazione di questo sito avrà la sua ascesa. Tutto ciò che viene fatto con impegno poi verrà ricompensato! Dobbiamo essere noi i fautori di questo progetto! Non sempre i risultati sono immediati, ad ogni cosa il suo tempo!

Beatrice Carollo, IV B biol. a.s. 2012/13

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Avete ragione voi

Tutto sarebbe ricominciato dopo la fine.

È come quando desideri una cosa con tutto il cuore, a tal punto da arrivare a strappartelo dal petto, o a annegarlo sotto litri di birra per non soffrire.

E poi arriva.

Quando ormai non hai più cuore nè voglia per possederlo.

Quando ormai non hai più vita, non hai più un sorriso, non hai più i denti, non hai più niente.

Vivo in un mondo senza persone.

Il cielo sembra indifferente a tutto questo. Lo invidio a volte.

Uomini pronti ad uccidere altri uomini per sostenere la pace.

Le persone non vogliono sentire ragione.

Puoi dirgli quello che vuoi, loro non capiranno mai. Non hanno mai capito niente.

E ti convinci di essere l’unico a capirne qualcosa.

O magari sei tu l’unico a non capirne niente. Magari sei tu l’unico che non ha mai capito niente.

Ti fanno diventare pazzo.

È una fortuna.

Le stesse persone che non capiscono niente si commuovono.

Si commuovono mentre alla televisione vedono maltrattamenti sugli animali. E afferrano il coltello per tagliare l’agnello sul loro piatto.

Si commuovono davanti all’inquinamento, e salgono nella loro macchina un po’ più tristi del solito.

Non vogliono sentir ragione. Sono loro gli unici ad averla.

E intanto io impazzisco.

È un bene.

Saranno loro a cambiare il mondo. Ma non oggi. Un altro giorno.

Oggi comincia la dieta,

oggi comincia la palestra,

oggi comincia il solito niente.

Insomma, un altro giorno.

Le stesse persone vogliono viaggiare.

Per farlo si trovano un lavoro, poi una ragazza, un figlio una famiglia, la partita la domenica, la chiesa alle festività. E poi si dimenticano perché hanno cominciato a lavorare. Aspettano la pensione. Avranno tutto il tempo per viaggiare.

E poi si ritrovano dentro casse di legno, con tutti i comfort e la comodità nel loro viaggio eterno verso il bel nulla.

Alcuni lo fanno senza rendersene conto. Alcuni lo fanno perché è così.

Piangiamo per gli omicidi, per la violenza sulle donne, per gli stupri. Quando è stato ognuno di noi a premere il grilletto ad afferrare il bastone e a tirare giù la lampo.

Vivere e viviamo. Con tutto e niente.

Persone che vivono in strada e persone con una villa e uno sguscia noci elettronico.

C’è nessuno? Mi sentite?

Più passa il tempo più mi accorgo che non c’è nessuno. Nemmeno tu.

Persone che passano la vita davanti ad uno schermo. Drogate dai social network.

E altre si commuovono. Per l’ennesimo eroe morto sul fronte.

La vostra vita non è poi più reale della loro.

I Maya e le loro profezie.

Nessuno si accorgeva che il mondo era già finito da un pezzo.

Il mondo finiva ogni volta che mi infilavo le mutande la mattina.

Ogni volta che accendevo la televisione.

Il mondo finiva e basta.

E le persone ridevano.

Erano troppo interessate a guardare i nuovi gossip, i nuovi scoop.

La nuova moglie del principe, il nuovo politico corrotto.

Le persone smettevano di sognare, smettevano di avere ideali.

Strappavano la testa ai propri figli senza accorgersene.

Le guerre continuavano.

Fratelli contro fratelli.

Era tutto finito.

Persone perdevano la speranza, persone perdevano la vita.

E io con la mia pazzia.

Natale, regali scartati. L’ennesimo pigiama. L’ennesima cosa inutile.

Tutto si è ridotto a questo. Quell’uomo appeso alla croce non ha mai insegnato niente.

L’uomo è possessivo e malvagio.

La rabbia che cresce e cresce. Fino ad esplodere.

Nessuno ascolta quello che hai da dire. Le persone sono frutti marci che non cadono.

Abbiamo tutto e non abbiamo niente.

Abbiamo perso l’interesse per la pioggia che cade, per il cielo, per le stelle, per il rumore del mare, per la natura, per gli animali, per un bel paesaggio, per una bella donna che ci ama, per noi stessi.

Abbiamo l’arte e abbiamo apriscatole elettrici.

Continuo a mischiare i colori sperando che ne esca qualcosa di buono. Ma l’uomo è solo un frutto marcio ancora appeso all’albero.

Alcuni caricano prostitute su macchine di lusso.

Alcuni bruciano formiche con lenti d’ingrandimento.

Altri ancora passano la notte dentro un bar. Ma il giorno seguente è peggio del precedente.

La puzza di marciume che ristagna nella stanza e esce fino ad arrivare ad impregnare tutto il mondo.

Ma la pazzia risolve tutto. Rende tutto più eccitante.

Era tutto finito.

Mi accesi una sigaretta, aspettando che le persone se ne rendessero conto.

Sapevo che avrei avuto bisogno di molti pacchetti

e probabilmente di molti polmoni.

Mirko Mattiello, Classe V B biol. 2012/13

Non so quanto c’entrino queste parole con il sito, o perlomeno con quello che finora si può leggere nel sito. Ho deciso di pubblicarle perché esprimono dei sentimenti, delle sensazioni di un giovane che vive nell’epoca dell’indifferenza e dell’emozione di superficie. Ciò che colpisce è il senso di solitudine e di distacco da tutto che viene percepito all’interno della società che ci circonda e di cui, volenti o nolenti, facciamo parte tutti. Una solitudine antica nell’era degli spostamenti veloci, una solitudine che facciamo fatica a comprendere e che ci fa perennemente sentire spettatori della vita degli altri. Ne vogliamo parlare? 

P.D.V.

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