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…dove passa la morte alla fine ritorna la vita

Ora, a settant’anni di distanza, un sovrumano silenzio regna su Terezin: le persone vi si recano e, da quanto questo luogo sia tetro, rimangono disarmate; allucinate e addirittura provate dopo aver fatto visita alle celle e ai punti dove venivano eseguite le condanne a morte dei prigionieri.
A Terezin le emozioni si mescolano in modo tale da lasciare come paralizzati: ad un sentimento di perdono si fonde uno spirito di vendetta, alla speranza si congiunge la disperazione, la pietà si stempera nell’amarezza. Come può essere successo tutto questo?
Ed è proprio in preda allo sbigottimento e alla tristezza che i numerosi visitatori di questa cupa testimonianza di barbarie cercano di trovare anche il più piccolo segno di rinascita.
Ma, cosa può indicare la persistenza della vita in un luogo dove migliaia di esseri umani, di bambini, sono stati strappati alla vita?
E invece… un fiore colorato, i meli carichi di frutti, il cinguettio di alcuni uccelli posati sul manto erboso, tutti diventano segni di come l’esistenza sia più tenace della morte e si faccia spazio in questa profonda quiete. Sono segni di speranza perché si sa, dove passa la morte alla fine ritorna la vita.

Matteo Dall’Igna   Classe V E Biologico

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Nel freddo inverno praghese ho visitato Terezin


Nel freddo inverno praghese ho visitato Terezin.
Di quel giorno poche emozioni mi si sono impresse saldamente nella mente: paura e solitudine.

Emozioni mie, ma anche dei deportati che immaginavo muoversi come fantasmi. Forse perché ciò che temo di più è proprio la solitudine, non quella fisica ma quella interiore…

In quel campo di lavoro, un tempo pieno di rumori sordi e cupi, tutto era silenzioso e inquietante: gli uffici delle guardie, le camerate con brande di nudo legno dei deportati, l’ambulatorio, le celle dei prigionieri. L’ambulatorio, dove venivano praticati interventi in condizioni, penso, disumane e con attrezzature inadatte, mi è apparso freddo e squallido.

Sentivo quasi un dolore fisico, un reale senso di sofferenza.

E poi le celle: strette, umide, con minuscole fessure per spiragli di luce; ma non tutte…

Foto di Linda Parisotto

Alcune sono completamente buie; non lasciano la possibilità di vedere, di respirare, di sperare … solo di ammazzarsi.

In quel momento, di fronte ad una di esse, mi ha trafitto una profonda sensazione: di solitudine, di abbandono, di disperazione; tanto potente che, credo, se mi fossi trovata trascinata lì, non sarei riuscita nemmeno a rivolgermi a Dio.

Aurora Boarotto  Classe V E Biologico

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