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L’albero di mele

Foto di Linda Parisotto

Dalla sommità della mia chioma riesco a scorgere ogni cosa: la campagna ceca con i suoi prati verdi, i colori caldi dell’autunno e quelli candidi e un po’ cupi dell’inverno.

Vedo le macchine che passano lungo la strada, macchine colorate che compaiono un secondo per poi scomparire nel nulla.
Vedo le persone passeggiare e i bimbi giocare.
… tutto in contrasto con il perenne grigiore della Fortezza.
Colori tristi l’hanno accompagnata per tanto tempo ed ancora oggi e chissà per quanto ancora…
Odo il cinguettio degli uccellini e il fruscio delle foglie mosse dal vento, i rumori delle auto, il riso e le grida dei ragazzini …
Niente riesce però a cancellare il frastuono delle fucilate, le urla, i pianti, le suppliche dei prigionieri e le bestemmie di chi ha ucciso e di chi è stato ucciso.
Sento l’odore di erba appena tagliata e del fieno messo ad essiccare.
Sento il dolce profumo dei Trdlo cosparsi di zucchero e cannella, ma solo per un attimo dimentico il fetore di cenere e di sangue che appestava un tempo l’aria.
Le mie radici assorbono ancora i resti di quei corpi, la polpa dei miei frutti ne è impregnata; quando questi cadono dai miei rami e marciscono al suolo, le mie radici si nutrono nuovamente di quei resti in un ciclo infinito che sembra perpetuare nel tempo tutto ciò che è successo. E conservarne la memoria storica.
Alcuni ragazzi raccolgono e assaggiano questi frutti come se volessero assimilare un ricordo, fondersi con l’ambiente immedesimandosi con l’atmosfera densa di cenere di quel tempo lontano e vicino.
Altri, sbalorditi, guardano i loro amici come se vedessero nel gesto una mancanza di rispetto nei confronti del passato.
Eppure un tempo ho visto dei colori in quella Fortezza: vesti bianche e croci rosse.
Era una giornata diversa dalle altre, c’era una frizzante allegria nell’aria, ma un’allegria falsa, artificiale.
Ho visto una partita di calcio, ho scorto sorrisi e strette di mano.
Ho udito trombe suonare, gente applaudire, bambini cantare.
Ho sentito un profumo di vesti appena lavate e di cibo buono e abbondante.
Era un’atmosfera festosa e quasi surreale che durò poco, come un sogno.
Il giorno dopo tutto sparì: di nuovo il grigiore della Fortezza, ancora l’odore del sangue, dolciastro, intenso, nauseante.
La drammatica monotonia riprese e continuò per molto.
Un giorno l’aria divenne più tesa e agitata del solito, tutte quelle povere figure scheletriche vennero caricate su dei camion; strette le une alle altre come manipoli di spighe, partirono per quella che sarebbe stata la loro ultima meta.
La Fortezza rimase deserta e solo oggi riesco a vedere delle figure, non più scheletriche ma sgomente. Nell’aria si respirano ancora i pensieri e le speranze di ogni prigioniero, lievi come le foglie nell’autunno ceco.

Marta Belpinati Classe V B Biologico

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Acrostico

Troppo dolore troppa inumana sofferenza
Entro queste mura
Resistono allo scorrere del tempo.
Estranei coloro che circondano la fortezza,
Zona segnata dal dolore dei reclusi che,
Intrappolati per sempre, porteranno questo peso.
Noi possiamo solo ricordare.

Riccardo Lagattolla Classe V B Biologico

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A Terezin

Foto di Barbara Dell'Orco

Durante gli anni di 1914 – 1918 la fortezza di Terezin è stata la prigione di Gavrilo Princip, che assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e sua moglie il 28 giugno 1914, accendendo la scintilla che portò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Princip morì nella cella d’isolamento numero 1 per tubercolosi, il 28 aprile 1918.

La cittadina di Terezín si trova alla confluenza dei fiumi Labe (Elbe) e Ohře (Eger) a circa 65 km da Praga.
E’ stata fondata alla fine del XVIII secolo come luogo fortificato. Consiste nella Fortezza principale e nella piccola fortezza: il fortilizio che divenne prigione e in seguito un campo di concentramento. Nel 1941 la fortezza principale divenne un ghetto ebraico controllato dai nazisti.
Noi siamo partiti dal centro di Praga per raggiungere Terezin. Un viaggio di soli venti minuti.
La sensazione che si prova nel vedere la scritta “Arbeit macht frei” ossia “il lavoro rende liberi”, è indescrivibile. Nonostante tutti i libri letti o i film che si sono visti l’essere lì, calpestare quella terra, toccare quelle mura suscita brividi che corrono sulla pelle ghiacciandoci.
Abbiamo visto tavolati di legno che erano i letti di centinaia di ebrei; piccole stanze buie, con aperture minuscole per far passare un filo d’aria. E poi le celle, dov’erano rinchiusi …quelli che si ribellavano, una piccola sala utilizzata come infermeria, bagni comuni.
La funzione principale del campo era quella di collettore per le operazioni di sterminio degli ebrei. Propagandisticamente venne presentato come il modello nazista di insediamento per ebrei, ma nella realtà era un campo di concentramento come gli altri, forse peggiore perché dava l’illusione di normalità.
Visitare questi luoghi è stata l’occasione per riflettere, pensare, pregare, e sperare che in futuro fatti come questi non accadano mai più.

Greta Baghin   Classe V E Biologico

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Terezin

Il silenzio dominava su tutto e il cielo grigio e cupo pesava sulle nostre teste. A novembre è facile trovare giornate simili, soprattutto a Praga dove l’inverno arriva prima.
Quest’atmosfera, di per sé già triste, era ancor più funerea considerato il luogo dove mi trovavo: Terezin. Terezin è una fortezza trasformata in tempo di guerra in campo/ghetto per ebrei anziani, artisti, bambini e diventata anch’essa, alla fine della guerra campo di sterminio. Terezin conserva ancora oggi molti tristi ricordi.
Appena entrato, osservai molte stanze che si aprivano tutte verso un cortile di ghiaia; la maggior parte di queste erano dormitori con tavolati anche di quattro piani, ma c’erano anche molte celle di isolamento grandi al massimo otto metri quadri.
Un’altra immagine che mi ha colpito profondamente è la forca, posta in un angolo del campo come un oggetto da museo qualsiasi; ma …a quante vite avrà posto fine?.
Due anni prima di Terezin ero andato in visita a Dachau che però mi ha suscitato impressioni completamente diverse. A Dachau non è rimasto molto, delle case si vede solo la forma delle mura, e i pensieri che suscita hanno lasciato impresso in me sensazioni meno forti.
Il pensiero più ricorrente che mi tormentava mentre camminavo per i cortili del campo di concentramento ceco, era il seguente: e se durante la guerra ci fossi stato anch’ io in mezzo a tutte quelle persone di etnie, lingue e pensieri diversi che avrei fatto? Forse vorrei essere ricordato da un ragazzo che, come me, cammina commosso su questi sassi.

Dario Pasqualin  Classe V E Biologico

Foto di Linda Parisotto

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