Notizie archiviate in > gavrilo princip

Non pensavo…

Non era la prima volta che visitavo un campo di concentramento. La prima fu a Dachau. Pensavo che a Terezin avrei trovato e visto le stesse cose, che avrei provato quella sensazione di vuoto che mi aveva afflitto allora. A Dachau il colore dominante era il grigio, sia degli edifici, sia del cielo, ma non scavava a fondo nelle mie emozioni, poiché molte cose che incrociavo con gli occhi erano state ristrutturate, non per essere più agibili ai turisti, ma forse soltanto per nascondere la crudeltà che emergeva da quel triste luogo.
Così a Terezin non ero proprio preparato a quello che avrei visto e provato.
La prima cosa che mi colpì di quel luogo, e che vidi, erano le lapidi affiancate al grande viale che guidavano le persone verso l’entrata del campo, e i due simboli che emergevano dal terreno, a testimonianza delle persone che lì avevano perso la vita: una stella di David per gli ebrei, ed una grande croce per i cristiani.

Foto di Linda Parisotto

Varcata la soglia di quella fortezza, rimasi sconcertato perché ogni oggetto, ogni edificio, ogni filo d’erba erano lasciati a sé, senza una qualche cura, come a rappresentare visibilmente ciò che è stato per tanti quel luogo nella seconda guerra mondiale: un orrore!
Il paesaggio lo ricorderò per sempre! Era spettrale, come se tutti gli innocenti che ingiustamente vi avevano trovato la morte vivessero ancora all’interno di quelle mura scrostate, non trovando mai pace, ma solo disperazione.
Rimasi inorridito quando vidi le celle d’isolamento: piccolissime, strette, anguste, completamente buie, con gli agganci per le catene incassati nel muro.
Gavrilo Princip è stato uno di quelli che hanno soggiornato in quei buchi neri. Ma la pietà esiste? – mi domandavo.

Terezin non ha visto scorrere solo le lacrime degli ebrei, ma prima è stata una fortezza inespugnabile. Attraversai affannosamente una galleria che si distendeva per 500 metri, e che veniva percorsa dai condannati per raggiungere il luogo dell’esecuzione. Le mura erano impregnate di dolore, cattiveria, sofferenza: sensazioni indescrivibili a parole. Una volta usciti, ci si trovava di fronte il patibolo e terra rossa, come il colore del sangue versato. Poco più in là una grande distesa d’erba avvolgeva delle collinette sulle quali erano nate otto piante. Ma quelle collinette proteggevano le salme di migliaia di persone: erano le fosse comuni. Gli alberi erano dei meli carichi di frutti e alcuni miei amici ne raccolsero qualcuno e lo mangiarono. Erano buonissimi. Questo fatto che per alcuni potrebbe sembrare irrispettoso a me attenuò quel senso di orrore che mi aveva accompagnato fino ad allora. Pensai infatti al numero degli alberi – 8 – e che quel simbolo capovolto simboleggia l’infinito. Quegli alberi, che sono nati e vivono sopra i resti di migliaia di morti innocenti e producono frutti succosi, mi sono sembrati una metafora della vita che di anno in anno si rinnova all’infinito. E se da un lato, lo spettacolo agghiacciante della crudeltà umana provoca orrore e sgomento, dall’altra la natura, con la sua capacità di trasformazione e di rinascita, apre il nostro cuore alla speranza.

Non pensavo in questo viaggio di provare tutto questo.

Federico Farsura  Classe V E Biologico

Condividi su >
Facebook Twitter Pinterest Tumblr

A Terezin

Foto di Barbara Dell'Orco

Durante gli anni di 1914 – 1918 la fortezza di Terezin è stata la prigione di Gavrilo Princip, che assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e sua moglie il 28 giugno 1914, accendendo la scintilla che portò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Princip morì nella cella d’isolamento numero 1 per tubercolosi, il 28 aprile 1918.

La cittadina di Terezín si trova alla confluenza dei fiumi Labe (Elbe) e Ohře (Eger) a circa 65 km da Praga.
E’ stata fondata alla fine del XVIII secolo come luogo fortificato. Consiste nella Fortezza principale e nella piccola fortezza: il fortilizio che divenne prigione e in seguito un campo di concentramento. Nel 1941 la fortezza principale divenne un ghetto ebraico controllato dai nazisti.
Noi siamo partiti dal centro di Praga per raggiungere Terezin. Un viaggio di soli venti minuti.
La sensazione che si prova nel vedere la scritta “Arbeit macht frei” ossia “il lavoro rende liberi”, è indescrivibile. Nonostante tutti i libri letti o i film che si sono visti l’essere lì, calpestare quella terra, toccare quelle mura suscita brividi che corrono sulla pelle ghiacciandoci.
Abbiamo visto tavolati di legno che erano i letti di centinaia di ebrei; piccole stanze buie, con aperture minuscole per far passare un filo d’aria. E poi le celle, dov’erano rinchiusi …quelli che si ribellavano, una piccola sala utilizzata come infermeria, bagni comuni.
La funzione principale del campo era quella di collettore per le operazioni di sterminio degli ebrei. Propagandisticamente venne presentato come il modello nazista di insediamento per ebrei, ma nella realtà era un campo di concentramento come gli altri, forse peggiore perché dava l’illusione di normalità.
Visitare questi luoghi è stata l’occasione per riflettere, pensare, pregare, e sperare che in futuro fatti come questi non accadano mai più.

Greta Baghin   Classe V E Biologico

Condividi su >
Facebook Twitter Pinterest Tumblr


Copyright © 2011 - Oltrelombra
Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo