Non pensavo…

Non era la prima volta che visitavo un campo di concentramento. La prima fu a Dachau. Pensavo che a Terezin avrei trovato e visto le stesse cose, che avrei provato quella sensazione di vuoto che mi aveva afflitto allora. A Dachau il colore dominante era il grigio, sia degli edifici, sia del cielo, ma non scavava a fondo nelle mie emozioni, poiché molte cose che incrociavo con gli occhi erano state ristrutturate, non per essere più agibili ai turisti, ma forse soltanto per nascondere la crudeltà che emergeva da quel triste luogo.
Così a Terezin non ero proprio preparato a quello che avrei visto e provato.
La prima cosa che mi colpì di quel luogo, e che vidi, erano le lapidi affiancate al grande viale che guidavano le persone verso l’entrata del campo, e i due simboli che emergevano dal terreno, a testimonianza delle persone che lì avevano perso la vita: una stella di David per gli ebrei, ed una grande croce per i cristiani.

Foto di Linda Parisotto

Varcata la soglia di quella fortezza, rimasi sconcertato perché ogni oggetto, ogni edificio, ogni filo d’erba erano lasciati a sé, senza una qualche cura, come a rappresentare visibilmente ciò che è stato per tanti quel luogo nella seconda guerra mondiale: un orrore!
Il paesaggio lo ricorderò per sempre! Era spettrale, come se tutti gli innocenti che ingiustamente vi avevano trovato la morte vivessero ancora all’interno di quelle mura scrostate, non trovando mai pace, ma solo disperazione.
Rimasi inorridito quando vidi le celle d’isolamento: piccolissime, strette, anguste, completamente buie, con gli agganci per le catene incassati nel muro.
Gavrilo Princip è stato uno di quelli che hanno soggiornato in quei buchi neri. Ma la pietà esiste? – mi domandavo.

Terezin non ha visto scorrere solo le lacrime degli ebrei, ma prima è stata una fortezza inespugnabile. Attraversai affannosamente una galleria che si distendeva per 500 metri, e che veniva percorsa dai condannati per raggiungere il luogo dell’esecuzione. Le mura erano impregnate di dolore, cattiveria, sofferenza: sensazioni indescrivibili a parole. Una volta usciti, ci si trovava di fronte il patibolo e terra rossa, come il colore del sangue versato. Poco più in là una grande distesa d’erba avvolgeva delle collinette sulle quali erano nate otto piante. Ma quelle collinette proteggevano le salme di migliaia di persone: erano le fosse comuni. Gli alberi erano dei meli carichi di frutti e alcuni miei amici ne raccolsero qualcuno e lo mangiarono. Erano buonissimi. Questo fatto che per alcuni potrebbe sembrare irrispettoso a me attenuò quel senso di orrore che mi aveva accompagnato fino ad allora. Pensai infatti al numero degli alberi – 8 – e che quel simbolo capovolto simboleggia l’infinito. Quegli alberi, che sono nati e vivono sopra i resti di migliaia di morti innocenti e producono frutti succosi, mi sono sembrati una metafora della vita che di anno in anno si rinnova all’infinito. E se da un lato, lo spettacolo agghiacciante della crudeltà umana provoca orrore e sgomento, dall’altra la natura, con la sua capacità di trasformazione e di rinascita, apre il nostro cuore alla speranza.

Non pensavo in questo viaggio di provare tutto questo.

Federico Farsura  Classe V E Biologico

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