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…dove passa la morte alla fine ritorna la vita

Ora, a settant’anni di distanza, un sovrumano silenzio regna su Terezin: le persone vi si recano e, da quanto questo luogo sia tetro, rimangono disarmate; allucinate e addirittura provate dopo aver fatto visita alle celle e ai punti dove venivano eseguite le condanne a morte dei prigionieri.
A Terezin le emozioni si mescolano in modo tale da lasciare come paralizzati: ad un sentimento di perdono si fonde uno spirito di vendetta, alla speranza si congiunge la disperazione, la pietà si stempera nell’amarezza. Come può essere successo tutto questo?
Ed è proprio in preda allo sbigottimento e alla tristezza che i numerosi visitatori di questa cupa testimonianza di barbarie cercano di trovare anche il più piccolo segno di rinascita.
Ma, cosa può indicare la persistenza della vita in un luogo dove migliaia di esseri umani, di bambini, sono stati strappati alla vita?
E invece… un fiore colorato, i meli carichi di frutti, il cinguettio di alcuni uccelli posati sul manto erboso, tutti diventano segni di come l’esistenza sia più tenace della morte e si faccia spazio in questa profonda quiete. Sono segni di speranza perché si sa, dove passa la morte alla fine ritorna la vita.

Matteo Dall’Igna   Classe V E Biologico

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Silenzio

Foto di Barbara Dell'Orco

Il Campo è deserto. La vita, ormai, ha lasciato le abitazioni e le celle
ormai da anni.
L’aria, densa come olio, opprime la mia anima.
Ma non sono sola.
Mi sento osservata da mille sguardi.
Sguardi che non hanno occhi.
Ci sono uomini, donne, ragazzi, bambini,
seduti sui gradini al freddo, sdraiati su quei scheletrici letti, appoggiati alle pareti ormai scrostate.
Rimarranno per sempre lì, immobili, ad osservare.
È il nostro ricordo che li tiene in vita
e la speranza che tutto quello che è accaduto non avverrà mai più.
Tutto è immobile e i colori sembrano essersi sbiaditi da secoli:
perfino l’erba è grigia.
Solo un giovane melo, ignaro del passato, cresce fiero nel cortile.
I suoi frutti dorati risplendono nel grigiore, riaccendendo la speranza di una vita migliore.

Eleonora Bresolin  Classe V E Biologico

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L’albero di mele

Foto di Linda Parisotto

Dalla sommità della mia chioma riesco a scorgere ogni cosa: la campagna ceca con i suoi prati verdi, i colori caldi dell’autunno e quelli candidi e un po’ cupi dell’inverno.

Vedo le macchine che passano lungo la strada, macchine colorate che compaiono un secondo per poi scomparire nel nulla.
Vedo le persone passeggiare e i bimbi giocare.
… tutto in contrasto con il perenne grigiore della Fortezza.
Colori tristi l’hanno accompagnata per tanto tempo ed ancora oggi e chissà per quanto ancora…
Odo il cinguettio degli uccellini e il fruscio delle foglie mosse dal vento, i rumori delle auto, il riso e le grida dei ragazzini …
Niente riesce però a cancellare il frastuono delle fucilate, le urla, i pianti, le suppliche dei prigionieri e le bestemmie di chi ha ucciso e di chi è stato ucciso.
Sento l’odore di erba appena tagliata e del fieno messo ad essiccare.
Sento il dolce profumo dei Trdlo cosparsi di zucchero e cannella, ma solo per un attimo dimentico il fetore di cenere e di sangue che appestava un tempo l’aria.
Le mie radici assorbono ancora i resti di quei corpi, la polpa dei miei frutti ne è impregnata; quando questi cadono dai miei rami e marciscono al suolo, le mie radici si nutrono nuovamente di quei resti in un ciclo infinito che sembra perpetuare nel tempo tutto ciò che è successo. E conservarne la memoria storica.
Alcuni ragazzi raccolgono e assaggiano questi frutti come se volessero assimilare un ricordo, fondersi con l’ambiente immedesimandosi con l’atmosfera densa di cenere di quel tempo lontano e vicino.
Altri, sbalorditi, guardano i loro amici come se vedessero nel gesto una mancanza di rispetto nei confronti del passato.
Eppure un tempo ho visto dei colori in quella Fortezza: vesti bianche e croci rosse.
Era una giornata diversa dalle altre, c’era una frizzante allegria nell’aria, ma un’allegria falsa, artificiale.
Ho visto una partita di calcio, ho scorto sorrisi e strette di mano.
Ho udito trombe suonare, gente applaudire, bambini cantare.
Ho sentito un profumo di vesti appena lavate e di cibo buono e abbondante.
Era un’atmosfera festosa e quasi surreale che durò poco, come un sogno.
Il giorno dopo tutto sparì: di nuovo il grigiore della Fortezza, ancora l’odore del sangue, dolciastro, intenso, nauseante.
La drammatica monotonia riprese e continuò per molto.
Un giorno l’aria divenne più tesa e agitata del solito, tutte quelle povere figure scheletriche vennero caricate su dei camion; strette le une alle altre come manipoli di spighe, partirono per quella che sarebbe stata la loro ultima meta.
La Fortezza rimase deserta e solo oggi riesco a vedere delle figure, non più scheletriche ma sgomente. Nell’aria si respirano ancora i pensieri e le speranze di ogni prigioniero, lievi come le foglie nell’autunno ceco.

Marta Belpinati Classe V B Biologico

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Il ghetto

Foto di Linda Parisotto

Ho visto tante immagini di campi di concentramento, ho letto tanti racconti di chi ne è rimasto prigioniero, ma mai nulla è stato in grado di trasmettermi sensazioni tanto forti come la vista reale di una di quelle “prigioni”.
Da una foto si possono percepire la disposizione degli oggetti in una stanza o i colori, ma non la temperatura dell’aria e l’odore che si respira, non il silenzio o i rumori che percorrono quei luoghi.
Dalle testimonianze si può avere l’idea di cosa abbia vissuto chi è stato in un campo di concentramento, ma credo non sia possibile comprenderlo.
Andando in luoghi come il ghetto di Terezin, ci si imbatte nella realtà più cruda.
La stagione ideale per visitare Terezin è sicuramente l’inverno: il freddo (che ti fa gelare nonostante indossi maglione, cappotto, sciarpa, guanti e cappello) ti sbatte davanti l’immagine peggiore di quei luoghi, e non puoi non immaginare cosa provava chi c’era rinchiuso.
Visitando il ghetto, non c’è cosa che non ti faccia rabbrividire o tremare: dalla scritta “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”) all’Appelplatz, dalle camerate ai bagni comuni, dalle fosse comuni alla piscina dei militari nazisti e delle loro famiglie.
Camminando per quei luoghi, si comprende l’estrema follia e la malattia di Hitler.
L’Appelplatz è una piazza di ghiaino in cui veniva fatto l’appello, e quando ci passi ti sembra di vedere le file di persone che cercano di stare in una perfetta posizione eretta e gli ordini urlati dei militari.
Forse però la cosa che mi è rimasta più impressa è l’odore di quei luoghi, che non è di semplice muffa o chiuso, ma è un odore penetrante che, nonostante credo la morte non abbia un odore, mi fa pensare proprio ad essa.
Nel ghetto di Terezin esiste un tunnel, stretto e angusto, di 500m che porta al luogo delle esecuzioni: un prato verde circondato dalle mura, e poco lontano ci sono le fosse comuni: due colline ricoperte da erba verde e, oggi, da alberi di mele profumatissime. Questi alberi, che danno dei frutti tanto grossi e profumati, mi ricordano un po’ i cimiteri ebraici: come in essi, la terra in cui sono sepolti tanti uomini ha ridato vita a quelle piante.
Il momento che però riesce a toccare più nel profondo è la visita al museo, dove sono custoditi i disegni e le poesie dei tantissimi bambini che non sono mai riusciti a diventare adulti. E la cosa che più mi emoziona è l’impegno, la forza di volontà e l’immaginazione che alcuni prigionieri adulti hanno avuto nel costruire, intorno ai bambini, una quotidianità, un mondo che abbia almeno l’apparenza di essere normale avendo a disposizione poco, se non nulla.

Doris Zjalic  Classe V E Biologico

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