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Il ghetto

Foto di Linda Parisotto

Ho visto tante immagini di campi di concentramento, ho letto tanti racconti di chi ne è rimasto prigioniero, ma mai nulla è stato in grado di trasmettermi sensazioni tanto forti come la vista reale di una di quelle “prigioni”.
Da una foto si possono percepire la disposizione degli oggetti in una stanza o i colori, ma non la temperatura dell’aria e l’odore che si respira, non il silenzio o i rumori che percorrono quei luoghi.
Dalle testimonianze si può avere l’idea di cosa abbia vissuto chi è stato in un campo di concentramento, ma credo non sia possibile comprenderlo.
Andando in luoghi come il ghetto di Terezin, ci si imbatte nella realtà più cruda.
La stagione ideale per visitare Terezin è sicuramente l’inverno: il freddo (che ti fa gelare nonostante indossi maglione, cappotto, sciarpa, guanti e cappello) ti sbatte davanti l’immagine peggiore di quei luoghi, e non puoi non immaginare cosa provava chi c’era rinchiuso.
Visitando il ghetto, non c’è cosa che non ti faccia rabbrividire o tremare: dalla scritta “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”) all’Appelplatz, dalle camerate ai bagni comuni, dalle fosse comuni alla piscina dei militari nazisti e delle loro famiglie.
Camminando per quei luoghi, si comprende l’estrema follia e la malattia di Hitler.
L’Appelplatz è una piazza di ghiaino in cui veniva fatto l’appello, e quando ci passi ti sembra di vedere le file di persone che cercano di stare in una perfetta posizione eretta e gli ordini urlati dei militari.
Forse però la cosa che mi è rimasta più impressa è l’odore di quei luoghi, che non è di semplice muffa o chiuso, ma è un odore penetrante che, nonostante credo la morte non abbia un odore, mi fa pensare proprio ad essa.
Nel ghetto di Terezin esiste un tunnel, stretto e angusto, di 500m che porta al luogo delle esecuzioni: un prato verde circondato dalle mura, e poco lontano ci sono le fosse comuni: due colline ricoperte da erba verde e, oggi, da alberi di mele profumatissime. Questi alberi, che danno dei frutti tanto grossi e profumati, mi ricordano un po’ i cimiteri ebraici: come in essi, la terra in cui sono sepolti tanti uomini ha ridato vita a quelle piante.
Il momento che però riesce a toccare più nel profondo è la visita al museo, dove sono custoditi i disegni e le poesie dei tantissimi bambini che non sono mai riusciti a diventare adulti. E la cosa che più mi emoziona è l’impegno, la forza di volontà e l’immaginazione che alcuni prigionieri adulti hanno avuto nel costruire, intorno ai bambini, una quotidianità, un mondo che abbia almeno l’apparenza di essere normale avendo a disposizione poco, se non nulla.

Doris Zjalic  Classe V E Biologico

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I bambini di Terezin

Il rumore dei nostri passi sulla ghiaia rompeva il silenzio che dominava tutto il campo.
La visita a Terezin mi ha fatto provare forti sensazioni. Non riuscivo a non pensare alla sofferenza e agli stenti che dovettero sopportare tutti coloro che furono deportati in quel campo. In modo particolare, ho pensato a tutti quei bambini che sono stati rinchiusi in quel ghetto, strappati all’affetto dei loro genitori. L’unico giocattolo che avevano questi bambini e che nessuno poté portar loro via, era il sogno. Nelle loro poesie e nei loro disegni, il sogno, anche se solo per un momento, si poteva attuare.
Anche sforzandomi, non riuscivo a concepire, e non riuscirò mai a farlo, come la mente umana abbia potuto generare tanto dolore, morte e orrore.
Avevo letto “Il diario di Anna Frank”, “Train de vie”; visto “Schindler’s list”, ma vedere questi luoghi con i miei occhi è stata tutta un’altra cosa.

Francesco Bonollo Classe V B Biologico

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L’Olocausto con gli occhi dell’innocenza

Ripensando alla mia visita al campo di Terezin, sento ancora scorrermi nel sangue le mille sensazioni che ho provato… un misto di tristezza, stupore e desolazione.

Quel giorno non siamo solo andati a visitare il luogo in cui migliaia di persone sono state uccise senza dignità ma per pensare a loro un’altra volta e per renderci conto di quanto è è stata grande la disgrazia che li ha colpiti fortunata la nostra vita se paragonata alla loro.
Ecco cosa ho pensato appena sono arrivata: sono fortunata.
Mi sono immaginata con il camice a righe, completamente rasata, e ho subito sentito un groppo al cuore.
Cosa hanno sopportato tutti quegli uomini, le donne e i bambini ? Non lo sapremo mai veramente. Tantissime sono le testimonianze ma arrivano fino al nostro cuore?
Ricordo ancora quando ho percorso il lungo tunnel che portava i prigionieri alla morte e quanto è stato angosciante percorrere quei metri in quello spazio soffocante sapendo che fuori c’era la morte che li aspettava.
Nel museo non ci sono immagini forti, non ci sono cumuli di scheletri ma tanti disegni, tante poesie di quelle giovani anime strappate alla vita. E queste hanno senza dubbio lo stesso effetto.
A Terezin, sotto la guida di alcuni adulti, i bambini frequentarono lezioni, disegnarono, recitarono, forse giocarono.
Questa è la poesia che mi ha colpito di più. La dedico a tutti coloro che , nel mondo, hanno sofferto ingiustamente.

O chiaro ricordo che m’inviti alla quiete
e mi rammenti colei che amai,
ancora sorrido alla tua carezza,
ancora con te mi confido come al migliore amico.

O dolce ricordo, raccontami la storia
della mia ragazza perduta,
racconta, racconta dell’anello d’oro
e chiama la rondine che la vada a trovare.

E tu pure vola da lei e sottovoce
domandale se ancora pensa a me,
se sta bene e se ancora, se ancora
sono rimasto il suo amore di un tempo.

E poi ritorna veloce, non ti perdere,
perché io possa ricordarmi qualche altra cosa.
Era così bella: chissà se mai più la rivedrò.
Addio, mia cara, addio! Ti amavo.

Federica Ciani Classe V E Biologico

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