Il mio nome è Malik Cohen

Mi ero appena svegliato e vedevo mia madre sdraiata per terra, immobile. Continuavo a chiedermi quando si sarebbe svegliata ma, più passava il tempo, più mi convincevo che forse c’era qualcosa che non andava. Poi all’improvviso mi tornò in mente…

Era mattina e “i cattivi”, cosi li chiamavo io,  non ci avevano portato da mangiare come facevano di solito. Tutti si domandavano come mai ci mettessero tanto. Soprattutto le mamme che erano preoccupate per i loro piccoli.
Tutti urlavano, i bambini piangevano. Quel posto era diventato un manicomio. Eravamo circa cinquecento, tutti rinchiusi in uno stanzone; per me una specie di rifugio dai “cattivi”. All’improvviso uno di loro entrò, si diresse  verso di me con aria minacciosa e la mamma mi si mise davanti per proteggermi. Avevo tanta paura. Chissà cosa aveva in mente quell’uomo. Ci guardò per un po’, poi, senza motivo, colpì mia madre al volto. Lei sbatté la testa su di uno spigolo. Non si rialzò più.
“I cattivi” erano un gruppo di gente con un colore di pelle diverso dal nostro, la mamma li chiamava i bianchi, sì, i bianchi. Non li avevo mai visti. Si diceva che fossero giunti nel nostro paese dall’acqua. Avevano tutti una cosa strana in mano, una cosa che non avevo mai visto: era una specie di bastone lungo con un buco dal quale usciva del fumo. Con quell’oggetto erano  riusciti a sconfiggere i nostri soldati.
Riunirono tutte le famiglie davanti alla capanna del capo tribù, ci incatenarono e infine ci portarono nello stanzone. Da quel giorno nessuno è più uscito. Una volta mio zio provò a chiedere il permesso di andare a fare i suoi bisogni, ma i bianchi risero alla sua domanda forse per prenderlo in giro o forse perché non capivano quello che diceva. Lo zio ne aggredì uno per l’umiliazione e la disperazione. In tre lo picchiarono. Lui era per  terra, continuava a tossire e sanguinava dall’addome e dal fianco. Tutti avevano paura di chiedere aiuto. La zia non faceva che piangere e, senza poter fare nulla, ha assistito alla morte di suo marito.
Era il giorno del mio settimo compleanno.
Un mese dopo ci portarono fuori, ci fecero salire su di un’imbarcazione, ammassati l’uno contro l’altro. Tutti si chiedevano dove ci portassero mentre io pensavo alla mia mamma che non avrei più rivisto e piangevo. Durante il viaggio, tanti morirono a causa dello spazio insufficiente; alcuni di fame, altri di malattie. Tutti quelli che si ammalavano venivano buttati a mare perché non infettassero gli altri. Così ci sarebbe anche stato più spazio.

… dopo un viaggio di più di trecento anni, sbiancati dal tempo, finalmente ci fermammo, ma in un luogo sconosciuto …
Il posto aveva un clima diverso e anche il paesaggio era diverso: faceva freddo e per terra c’era qualcosa di bianco. Incuriosito, decisi di prenderne un po’ in mano: era una cosa fredda e gelida e, come per magia, diventò acqua.
Quel posto si chiamava Terezin.
Dalla fortezza giungevano dei rumori assordanti. All’interno c’era tanta gente con una stella cucita sui vestiti. I bambini vennero divisi dai grandi. Io avevo appena compiuto sette anni ed ero un bambino. Ci portarono in una grande sala dove ce n’erano altri e ad ognuno di noi venne data una divisa. Poi ci diedero da mangiare, ma io rifiutai il cibo. Non facevo altro che pensare alla mia casa. Immaginavo di ritornarci. Immaginavo.

Foto di Linda Parisotto

Quella notte dormimmo nelle baracche. La mattina seguente riunirono di nuovo i bambini in una grande stanza; davanti a noi c’erano cinque adulti che ci insegnavano la matematica e una lingua strana che si chiamava tedesco. A volte ci facevano recitare, altre volte ci facevano imparare delle canzoni. Di pomeriggio lavoravamo nei campi assieme ai grandi. La giornata sembrava interminabile: si lavorava per 12 ore, a volte anche nelle cave o nella costruzione delle carlinghe degli aerei; alcuni gruppi scavavano fossati, coltivavano la terra e costruivano strutture all’interno del campo. Gli uomini che non erano in grado di lavorare oppure quelli che si facevano male venivano raggruppati e portati in una grande stanza. Queste persone non tornavano più e quando si chiedeva di loro, i soldati dicevano che erano stati liberati.
Anch’io speravo un giorno di poter essere libero, per questo chiamai quella stanza: HOPE.
Dopo tre anni in quel posto, decisi che era ora di tornare a casa; ero stufo di vivere così perciò decisi di fare una cosa che mi avrebbe dato la possibilità di essere liberato: mi feci male ad un braccio. Uno dei soldati se ne accorse e mi mise nel gruppo degli incapaci. Ci portarono davanti a HOPE e ci dissero di spogliarci. Domandai perché e uno dei soldati disse: “Dovete essere puliti quando ritornate a casa”. Ero impaziente, perciò mi misi in prima fila ed entrai senza il permesso dei soldati. Faceva caldo e la stanza puzzava. Dall’esterno ci dissero di chiudere gli occhi e di respirare. Cominciai a tossire, mi reggevo a stento in piedi e dopo un paio di minuti crollai a terra. Era la fine e non sarei mai più ritornato a casa.
Il mio nome è Malik Cohen e il mio paese di origine è il … Mondo.

 Emmanuel Mensah Classe V B biologico

Il file audio che segue permette di ascoltare il racconto letto da Alessandro Danieli, accompagnato dalla musica appositamente composta per il brano da Eleonora Bresolin.

Malik Cohen (1)

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