L’unico, invisibile sconosciuto inferno

Foto di Barbara Dell'Orco

Un brivido. Un unico, lento ma intenso brivido lungo la colonna vertebrale.
Lo senti, lo percepisci il senso di tristezza, di vuoto e l’inquietudine che ti penetrano dentro quando raggiungi Terezin.
Senti pure il disgusto per la follia umana che la SS hanno raggiunto; esseri umani diventati mostri hanno messo la parola fine su di una pagina bianca del diario di ogni singolo deportato.
L’hanno chiamato Shoah, lo sterminio degli Ebrei; in ebraico significa desolazione, catastrofe, disastro. Io non credo si possa dare un nome a questo. È solo un senso di schifo quello che tu, visitatore di Terezin, senti in ogni angolo, in ogni stanza, ogni qualvolta punti gli occhi su di una foto, su di un volto, su ogni scritta maledetta che si fa ricorrente: Prisoner in Terezin. Deported in Auschwitz. Died.
Un’ondata di gelo ti entra dentro.
Ti senti vuoto, inutile, inanimato, amorfo. Ti chiedi come hanno potuto farlo.
Poi, quando ritorni a casa, vivi la tua vita di tutti i giorni, il solito tran tran.
Ma la verità è che una parte di te è rimasta là, in quel campo, lungo il viale d’entrata dove conti le tombe di alcune delle vittime del campo, dove vedi la croce di Cristo e la stella di David.
Dove oltrepassi il cancello, dove senti un brivido. Un unico, lento ma intenso brivido lungo la colonna vertebrale.
Questa è Terezin. Questo è l’inferno. L’unico, invisibile sconosciuto inferno.

Roberta Rossi Classe V B Biologico

Condividi su >
Facebook Twitter Pinterest Tumblr