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Il colore dei pastelli

La malvagità umana racchiusa in una stella fortificata.
Odore di morte.
Visi diventati numeri persi nel tempo.
Il cielo è grigio, i volti sono grigi, i vestiti, il cibo, tutto è grigio attorno a me.
Vedo il volto grigio di mia madre, che mi guarda come se fosse l’ultima volta.
Ho paura.
Gli unici colori sono quelli dei pastelli,
ma stonano con il grigiore del mondo,
l’unico mondo che ricordo.

Valentina Mastrotto Classe V B Biologico

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Theresienstadt

Dopo aver visto campi di concentramento come Mauthausen, ci si aspetta qualcosa di simile ad un luogo dove si senta ancora a pelle l’atrocità della morte, dove rimbombino nelle orecchie le grida strazianti dei prigionieri e dove l’odore della morte saturi ancora l’aria. Quello che si trova a Terezin non è certamente un paradiso, però lì i bambini deportati potevano continuare il loro percorso educativo con lezioni e attività sportive e potevano perfino pubblicare una rivista illustrata completamente prodotta da loro.

Ma di quei 15000 bambini deportati forse solo 150 riuscirono a sopravvivere.
Quello che rende particolare questo campo è la lucida follia con cui fu progettato e amministrato. Addirittura la sua forma, cioè una stella a sei punte, anche se definita in tempi non sospetti, sembra dare spazio e rispetto alla religione ebraica.
La cosa che impressiona e che esprime appieno l’atrocità nascosta del luogo è il tunnel della morte. In esso transitavano i deportati condannati a morte che raggiungevano il patibolo accompagnati dalla dolce melodia suonata dai tanti musicisti deportati come loro.
Un tunnel che sembra terminare in fretta ma che invece non finisce mai. Le sue tenebre inghiottono ancora qualsiasi pensiero positivo e offrono la macabra possibilità di immaginare i momenti drammatici che tutti i condannati a morte hanno vissuto transitando per quel luogo.
Ma le cose che tolgono il respiro sono la calma e il silenzio che regnano in questo luogo. Pare che i deportati ti passino a fianco e nei loro occhi ti sembra di vedere la tragica consapevolezza di andare incontro alla propria morte.
E tu capisci finalmente che l’indifferenza e la negazione sono i mali più pericolosi dell’Umanità e per l’Umanità.

Marco Dal Gazzo Classe V B Biologico

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L’unico, invisibile sconosciuto inferno

Foto di Barbara Dell'Orco

Un brivido. Un unico, lento ma intenso brivido lungo la colonna vertebrale.
Lo senti, lo percepisci il senso di tristezza, di vuoto e l’inquietudine che ti penetrano dentro quando raggiungi Terezin.
Senti pure il disgusto per la follia umana che la SS hanno raggiunto; esseri umani diventati mostri hanno messo la parola fine su di una pagina bianca del diario di ogni singolo deportato.
L’hanno chiamato Shoah, lo sterminio degli Ebrei; in ebraico significa desolazione, catastrofe, disastro. Io non credo si possa dare un nome a questo. È solo un senso di schifo quello che tu, visitatore di Terezin, senti in ogni angolo, in ogni stanza, ogni qualvolta punti gli occhi su di una foto, su di un volto, su ogni scritta maledetta che si fa ricorrente: Prisoner in Terezin. Deported in Auschwitz. Died.
Un’ondata di gelo ti entra dentro.
Ti senti vuoto, inutile, inanimato, amorfo. Ti chiedi come hanno potuto farlo.
Poi, quando ritorni a casa, vivi la tua vita di tutti i giorni, il solito tran tran.
Ma la verità è che una parte di te è rimasta là, in quel campo, lungo il viale d’entrata dove conti le tombe di alcune delle vittime del campo, dove vedi la croce di Cristo e la stella di David.
Dove oltrepassi il cancello, dove senti un brivido. Un unico, lento ma intenso brivido lungo la colonna vertebrale.
Questa è Terezin. Questo è l’inferno. L’unico, invisibile sconosciuto inferno.

Roberta Rossi Classe V B Biologico

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