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…dove passa la morte alla fine ritorna la vita

Ora, a settant’anni di distanza, un sovrumano silenzio regna su Terezin: le persone vi si recano e, da quanto questo luogo sia tetro, rimangono disarmate; allucinate e addirittura provate dopo aver fatto visita alle celle e ai punti dove venivano eseguite le condanne a morte dei prigionieri.
A Terezin le emozioni si mescolano in modo tale da lasciare come paralizzati: ad un sentimento di perdono si fonde uno spirito di vendetta, alla speranza si congiunge la disperazione, la pietà si stempera nell’amarezza. Come può essere successo tutto questo?
Ed è proprio in preda allo sbigottimento e alla tristezza che i numerosi visitatori di questa cupa testimonianza di barbarie cercano di trovare anche il più piccolo segno di rinascita.
Ma, cosa può indicare la persistenza della vita in un luogo dove migliaia di esseri umani, di bambini, sono stati strappati alla vita?
E invece… un fiore colorato, i meli carichi di frutti, il cinguettio di alcuni uccelli posati sul manto erboso, tutti diventano segni di come l’esistenza sia più tenace della morte e si faccia spazio in questa profonda quiete. Sono segni di speranza perché si sa, dove passa la morte alla fine ritorna la vita.

Matteo Dall’Igna   Classe V E Biologico

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Senza titolo

Foto di Barbara Dell'Orco

Sento ancora i passi e le urla delle vite rinchiuse qui.

Darei la mia anima per cancellare il loro passato.

I miei occhi toccano le loro prigioni,
non oso allungare la mano: ho paura di portare con me il dolore,
sangue che cola dal mio cuore.

Sento l’odore pungente della morte
portato dal vento gelido che a lungo ha pungolato i poveri corpi scoperti.

Vedo i volti dei loro aguzzini,
ariani algidi e fieri,
assassini dalla bocca ghignante e dalle mani sanguinanti;
non loro il sangue
no,
ma di infiniti bambini, donne, vecchi, uomini,
Ebrei,
tutti figli di un dio che li ha abbandonati,
che ha abbandonato tutti e tutto di Terezìn
perché nemmeno lui ha avuto la forza di amare.

Emma Pellegrini  Classe V B biologico

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Terezin

Il silenzio dominava su tutto e il cielo grigio e cupo pesava sulle nostre teste. A novembre è facile trovare giornate simili, soprattutto a Praga dove l’inverno arriva prima.
Quest’atmosfera, di per sé già triste, era ancor più funerea considerato il luogo dove mi trovavo: Terezin. Terezin è una fortezza trasformata in tempo di guerra in campo/ghetto per ebrei anziani, artisti, bambini e diventata anch’essa, alla fine della guerra campo di sterminio. Terezin conserva ancora oggi molti tristi ricordi.
Appena entrato, osservai molte stanze che si aprivano tutte verso un cortile di ghiaia; la maggior parte di queste erano dormitori con tavolati anche di quattro piani, ma c’erano anche molte celle di isolamento grandi al massimo otto metri quadri.
Un’altra immagine che mi ha colpito profondamente è la forca, posta in un angolo del campo come un oggetto da museo qualsiasi; ma …a quante vite avrà posto fine?.
Due anni prima di Terezin ero andato in visita a Dachau che però mi ha suscitato impressioni completamente diverse. A Dachau non è rimasto molto, delle case si vede solo la forma delle mura, e i pensieri che suscita hanno lasciato impresso in me sensazioni meno forti.
Il pensiero più ricorrente che mi tormentava mentre camminavo per i cortili del campo di concentramento ceco, era il seguente: e se durante la guerra ci fossi stato anch’ io in mezzo a tutte quelle persone di etnie, lingue e pensieri diversi che avrei fatto? Forse vorrei essere ricordato da un ragazzo che, come me, cammina commosso su questi sassi.

Dario Pasqualin  Classe V E Biologico

Foto di Linda Parisotto

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Monologo su Terezin

Faceva freddo quella mattina, e il cielo sembrava essere lo stesso di sempre.
Le nuvole, alte e grigie, coprivano con ingordigia l’intero azzurro sopra di noi. Il vento era di un freddo anormale, di quelli che sanno pungere appena la pelle…
Terezin dista pochi chilometri da Praga. Osservando la cartina non puoi non notare la sua particolare forma, una figura regolare: una stella a otto punte.
L’entrata del campo è preceduta da un lungo viale, accompagnato sulla destra da una fila di castagni, che sembra sorveglino l’immenso cimitero a fianco. In fondo al lunghissimo viale c’è un piccolo ponte che precede l’entrata del campo; un passo… sono dentro!
A colpo d’occhio si può capire che le mura sono le stesse di allora, si possono vedere i segni del tempo in ogni mattone.
Camini, ci sono tanti camini, lunghi e sottili, che escono dai tetti di molte strutture. Questi camini sembrano non dar retta alla mia curiosità. Se ne stanno lì a ignorarmi!
Forse perché per loro i miei occhi non sono importanti. Non dopo tutto quello che non hanno visto. Cerco di immaginare l’immenso terrore negli sguardi di quelle persone durante gli anni di prigionia, i gesti spaventati dei detenuti, il panico e la rabbia, l’abbandono di ogni dignità, la solitudine. Che ne è delle madri separate dai figli, dei fratelli separati dai fratelli, dei nipoti sottratti ai nonni, dell’amore stroncato che due giovani avevano deciso di darsi per sempre?
Attraverso un piccolo cortile: un cortile vuoto dove la pavimentazione è costituita da terra battuta. Spunta solo qualche sasso qua e là dal terreno irregolare, neanche l’erba ha avuto il coraggio di crescere.
Il cortile divide due edifici nei quali erano collocati gli uffici.
Si assiste ad un gran bello spettacolo entrando in una di queste stanze. In fondo si trova un tavolo con una sedia, una scrivania per segretarie, di quelle con la macchina da scrivere montata sopra. E subito il mio pensiero va a tutti i morti indicati da quella macchina da scrivere.
Com’è strano pensare che quell’inchiostro e quella carta abbiano avuto il potere di uccidere come ce l’ha un fucile.
Chissà come ci si sentiva ad essere accompagnati in questa stanza una volta in stato di arresto: affiancati da due soldati di fronte a qualche ufficiale seduto dietro una scrivania con il potere di toglierti la vita se per caso si fosse messo i calzoni a rovescio quella mattina.
La chiamano guerra. No, non è guerra. Com’è possibile che a un certo punto della storia un gruppo di persone abbia d’un tratto la possibilità di decidere della vita degli altri? La vita di ogni uomo è già di per sé un miracolo! Miracolo e vita sono sinonimi! Siamo l’espressione della bellezza e dell’intelligenza della Natura e ciò nonostante ci sono persone che si fanno soggiogare da ideologie a tal punto da non sentir rimorso quando giustificano la morte di altri.
Mi trovo in mezzo a queste mura, davanti a quella scrivania, esattamente come quelle persone, ma il solo immaginare tutto ciò mi fa venire i brividi. Fino a che punto si può spingere l’uomo se per il potere è disposto a condannare un intero popolo?
Passiamo le stanze, una a una, fino ad arrivare al “famoso” benvenuto tedesco ai prigionieri, “Il lavoro rende liberi”. Attraversato un secondo accesso, mi trovo in una nuova area del campo. Ci sono gli alloggi dei prigionieri, con tutti i mobili di allora: dei tavolati in legno simili a mensole costituivano i letti. L’aria è molto dura e si respira pesante. Il bagno comune della camerata è una sorta di sgabuzzino munito di una tavola di legno a livello ginocchio con un buco al centro.
Adesso fate un piccolo sforzo e provate a immaginare: immaginate un bimbo spaventato che vi guarda nascosto da dietro la sua branda, e vi mostra solo i suoi occhi spaventati. Come si fa a restare immobili di fronte a questo? Immaginate tanti uomini, che si scambiano razioni di cibo misere che non basterebbero a un uccellino, e hanno fame ma lo fanno perché c’era anche questo nel campo: la solidarietà. Ecco qualche lato positivo dell’essere umano: che anche dove c’è morte e distruzione, lì e proprio lì, si può trovare quel seme di un amore reciproco che nasce tra simili che soffrono, ognuno consapevole del dolore dell’altro.
Entro in un tunnel alto poco più di un uomo e largo appena quanto due persone e illuminato da lanterne installate pochi metri l’una dall’altra che creano un’atmosfera cupa e dura. Questo tunnel è lungo quasi mezzo chilometro e termina con una gradinata che porta a un’ampia radura: la radura della morte. E’ il luogo dove centinaia, migliaia di persone condannate a morte hanno perso la vita. L’anima è uscita dai loro corpi sparata fuori come il proiettile del fucile che li aveva puntati.
Una frazione di secondo.
Un grilletto premuto.
Lo scoppio.
Il foro nella carne.

Si può vedere tutto così dettagliatamente; e il cielo nuvoloso mi aiuta a riportare in vita quei momenti, a rivedere quelle giovani uniformi tedesche in fila pronte al segnale, i loro occhi, così inesperti e così carichi di odio.
Tutto finiva lì.
Poco più avanti si arriva ad un’altra radura, un avvallamento circondato da mura, dove qualche pianta di mele è padrona del paesaggio: un dono della natura portato a noi poveri uomini per richiamarci alla nostra rinascita: laddove la vita è stata tolta da noi creature figlie, la natura madre ha ridato vita nei suoi frutti. Le piante da allora hanno regnato in quei luoghi, per provarci forse che i miracoli avvengono, e che dobbiamo seguire i nostri sogni verso il bene.
Perchè l’odio ci incatena, ci fa schiavi del terrore, e anche se per natura siamo predisposti alla paura comunque, per natura, non siamo predisposti ad essere incatenati! ma nasciamo per essere liberi! Liberi di decidere e capire che per vivere bene dobbiamo essere uniti, non odiare e disprezzare l’altro! In realtà credo che dovremmo sederci l’uno davanti all’altro, guardarci negli occhi e interpretare la diversità di chi ci è di fronte con gli occhi curiosi e meravigliati di chi guarda i movimenti di una ballerina che danza sulle note di questa fantastica armonia che è la vita!!

Cristian Gusella   Classe V E Biologico

Immagini dal backstage

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