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Novembre

Foto di Linda Parisotto

E’ freddo; senti il vento tra le ossa;
la terra ghiacciata e sopita scrocchia sotto i piedi,
quei piedi, usciti dall’oscurità, camminano,
fucili puntati alla schiena.
Un portico, uno spiazzo, la bocca di un tunnel
stretto, angusto.
Allucinazioni, visioni, un’ombra sulle pareti:
è la morte che ti accompagna, ti aspetta.
Uno spiraglio di luce, l’ultimo che vedrai;
il tunnel è finito.
Ti guardano, ti spingono, sei a terra
in una croce di pietra inzuppata di cremisi.
Alzi gli occhi, vedi un cappio poco distante.
Le vedi, le canne di metallo sulla tua fronte;
guardi negli occhi chi ti sovrasta;
ti chiedi perchè hanno scelto te, perchè non il tuo vicino.
Ma è tardi ormai.
Guardi intorno un’ultima volta, vedi il cielo,
scorgi dei rami spogli, immagini il legno fiorito,
immagini rosse mele che pendono.
Immagini.
E poi, più niente.

Giorgia Rizzotto   Classe V E Biologico

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La tua ombra attraversa la mia

Ora siamo in piedi fianco a fianco, mentre la tua ombra attraversa la mia.
Un altro giorno un’altra battaglia e io vivo per cercare di capire.
Non sono l’unica persona con queste cose in mente, ma tutto ciò che ci è concesso di sapere sono le parole rivelate da bocche così piene di bugie
Gli altri vogliono crederci, sperano in qualcosa di migliore.

Lui è nato per darti ordini, ti ha spinto su quella linea. Lascia stare non combatterlo.
Lui colpisce la carne, tu cadi sul pavimento. Sta’ semplicemente giù questa volta.

Ti sei mai sentito come se stessi crollando?
Ti feriscono, ti lasciano fuori al buio.
Vieni colpito e deriso, sei sul punto di crollare e non c’è nessuno lì a salvarti.
Hanno scambiato denaro per delle vite, hanno abusato del loro potere.

Ho visto sangue pelle strappata, corpi gettati, carne mutilata, ossa frantumate …
Devo ripulire tutto
C’è un posto là fuori per noi, più che un sogno o una preghiera.
Quando senti che hai voglia di rinunciare, chiudi gli occhi e prendi la mia mano.
Andiamo in un mondo a cui io e te apparteniamo,
dove la fede e l’amore ci terranno insieme,
dove il tuo cuore sarà libero e la speranza tornerà a vivere.
Quando queste mani rotte torneranno a stringere di nuovo,
troveremo quello che stavamo aspettando
Resisti al fuoco che arde, alla gente che implora:
non c’è tempo per salvarsi.

Da lontani cieli rossi, fulmini riecheggiano come spari.
Ne hanno presi molti altri, li hanno portati via.
Lontano un fumo nero si alza verso il cielo.

Oggi qualcosa qui non va: il sole tramonta. La luce mi tradisce.
Ho scritto una lettera. Te l’hanno spedita.
Ma ti è arrivata?

Questa sarà la mia ultima notte qui.
Questa volta prenderanno me. Me lo sento, lo vedo da come mi guardano.
Finirò anch’io inghiottito dal tunnel del non ritorno

Ho scritto per raccontare tutto quello che so.
Il tempo è una cosa preziosa: vedilo volare mentre i secondi passano,
vedilo passare fino alla fine del giorno.
L’orologio segna la vita che passa, il tempo vola fuori dalla finestra.
Ho scritto per ricordare quanto ci ho provato.

Cammino lungo una strada solitaria. Non so dove porti.
Cammino lungo il viale dei sogni sbriciolati dove la città dorme.
Io sopravvivo e cammino da solo accanto alla mia ombra.

C’è silenzio.
Desidero che qualcuno là fuori mi trovi.
Penso a quale posto apparterrò, tra quali braccia, in quale casa approderò.

Sto tornando.
Di’ al mondo che sto tornando, lascia che la pioggia lavi via tutto il dolore di ieri.
Me ne vado da questo inferno.
Non mi sono mai sentito così forte, come se non ci fosse niente che io non possa provare.
Voglio guarire, voglio provare sensazioni
Mandar  via il dolore che mi ha accompagnato fino ad ora.
Cancellare tutto per poi disegnare una vita da poter vivere.

Giulia Pilot  Classe V B Biologico

Foto di Barbara Dell'Orco

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Terezin. Luogo dai mille volti e dai mille inganni

Terezin. Luogo dai mille volti e dai mille inganni.

Disperazione dell’animo dove il cuore si perde nel ricordare,
dove la marcia dei condannati,
lenta e inquietante,
rimbomba lungo i tunnel desolati come zoccoli sulla nuda pietra.
L’aria si riempie di preghiere che cercano un destinatario,
ma si perdono tra le disumane strutture di calce e sangue.
L’erba, impregnata di sudore e di lacrime,
cresce ignara del destino della gente che un tempo la calpestò.
La roccia,
fredda più del ghiaccio, con occhi impietriti dal dolore,
fissa la tetra entrata dell’inferno.

Terezin. Luogo dove un rumoroso silenzio sovrasta le strazianti grida dei morti.

Stefano Zanini Classe V B Biologico

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Il ghetto

Foto di Linda Parisotto

Ho visto tante immagini di campi di concentramento, ho letto tanti racconti di chi ne è rimasto prigioniero, ma mai nulla è stato in grado di trasmettermi sensazioni tanto forti come la vista reale di una di quelle “prigioni”.
Da una foto si possono percepire la disposizione degli oggetti in una stanza o i colori, ma non la temperatura dell’aria e l’odore che si respira, non il silenzio o i rumori che percorrono quei luoghi.
Dalle testimonianze si può avere l’idea di cosa abbia vissuto chi è stato in un campo di concentramento, ma credo non sia possibile comprenderlo.
Andando in luoghi come il ghetto di Terezin, ci si imbatte nella realtà più cruda.
La stagione ideale per visitare Terezin è sicuramente l’inverno: il freddo (che ti fa gelare nonostante indossi maglione, cappotto, sciarpa, guanti e cappello) ti sbatte davanti l’immagine peggiore di quei luoghi, e non puoi non immaginare cosa provava chi c’era rinchiuso.
Visitando il ghetto, non c’è cosa che non ti faccia rabbrividire o tremare: dalla scritta “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”) all’Appelplatz, dalle camerate ai bagni comuni, dalle fosse comuni alla piscina dei militari nazisti e delle loro famiglie.
Camminando per quei luoghi, si comprende l’estrema follia e la malattia di Hitler.
L’Appelplatz è una piazza di ghiaino in cui veniva fatto l’appello, e quando ci passi ti sembra di vedere le file di persone che cercano di stare in una perfetta posizione eretta e gli ordini urlati dei militari.
Forse però la cosa che mi è rimasta più impressa è l’odore di quei luoghi, che non è di semplice muffa o chiuso, ma è un odore penetrante che, nonostante credo la morte non abbia un odore, mi fa pensare proprio ad essa.
Nel ghetto di Terezin esiste un tunnel, stretto e angusto, di 500m che porta al luogo delle esecuzioni: un prato verde circondato dalle mura, e poco lontano ci sono le fosse comuni: due colline ricoperte da erba verde e, oggi, da alberi di mele profumatissime. Questi alberi, che danno dei frutti tanto grossi e profumati, mi ricordano un po’ i cimiteri ebraici: come in essi, la terra in cui sono sepolti tanti uomini ha ridato vita a quelle piante.
Il momento che però riesce a toccare più nel profondo è la visita al museo, dove sono custoditi i disegni e le poesie dei tantissimi bambini che non sono mai riusciti a diventare adulti. E la cosa che più mi emoziona è l’impegno, la forza di volontà e l’immaginazione che alcuni prigionieri adulti hanno avuto nel costruire, intorno ai bambini, una quotidianità, un mondo che abbia almeno l’apparenza di essere normale avendo a disposizione poco, se non nulla.

Doris Zjalic  Classe V E Biologico

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Non pensavo…

Non era la prima volta che visitavo un campo di concentramento. La prima fu a Dachau. Pensavo che a Terezin avrei trovato e visto le stesse cose, che avrei provato quella sensazione di vuoto che mi aveva afflitto allora. A Dachau il colore dominante era il grigio, sia degli edifici, sia del cielo, ma non scavava a fondo nelle mie emozioni, poiché molte cose che incrociavo con gli occhi erano state ristrutturate, non per essere più agibili ai turisti, ma forse soltanto per nascondere la crudeltà che emergeva da quel triste luogo.
Così a Terezin non ero proprio preparato a quello che avrei visto e provato.
La prima cosa che mi colpì di quel luogo, e che vidi, erano le lapidi affiancate al grande viale che guidavano le persone verso l’entrata del campo, e i due simboli che emergevano dal terreno, a testimonianza delle persone che lì avevano perso la vita: una stella di David per gli ebrei, ed una grande croce per i cristiani.

Foto di Linda Parisotto

Varcata la soglia di quella fortezza, rimasi sconcertato perché ogni oggetto, ogni edificio, ogni filo d’erba erano lasciati a sé, senza una qualche cura, come a rappresentare visibilmente ciò che è stato per tanti quel luogo nella seconda guerra mondiale: un orrore!
Il paesaggio lo ricorderò per sempre! Era spettrale, come se tutti gli innocenti che ingiustamente vi avevano trovato la morte vivessero ancora all’interno di quelle mura scrostate, non trovando mai pace, ma solo disperazione.
Rimasi inorridito quando vidi le celle d’isolamento: piccolissime, strette, anguste, completamente buie, con gli agganci per le catene incassati nel muro.
Gavrilo Princip è stato uno di quelli che hanno soggiornato in quei buchi neri. Ma la pietà esiste? – mi domandavo.

Terezin non ha visto scorrere solo le lacrime degli ebrei, ma prima è stata una fortezza inespugnabile. Attraversai affannosamente una galleria che si distendeva per 500 metri, e che veniva percorsa dai condannati per raggiungere il luogo dell’esecuzione. Le mura erano impregnate di dolore, cattiveria, sofferenza: sensazioni indescrivibili a parole. Una volta usciti, ci si trovava di fronte il patibolo e terra rossa, come il colore del sangue versato. Poco più in là una grande distesa d’erba avvolgeva delle collinette sulle quali erano nate otto piante. Ma quelle collinette proteggevano le salme di migliaia di persone: erano le fosse comuni. Gli alberi erano dei meli carichi di frutti e alcuni miei amici ne raccolsero qualcuno e lo mangiarono. Erano buonissimi. Questo fatto che per alcuni potrebbe sembrare irrispettoso a me attenuò quel senso di orrore che mi aveva accompagnato fino ad allora. Pensai infatti al numero degli alberi – 8 – e che quel simbolo capovolto simboleggia l’infinito. Quegli alberi, che sono nati e vivono sopra i resti di migliaia di morti innocenti e producono frutti succosi, mi sono sembrati una metafora della vita che di anno in anno si rinnova all’infinito. E se da un lato, lo spettacolo agghiacciante della crudeltà umana provoca orrore e sgomento, dall’altra la natura, con la sua capacità di trasformazione e di rinascita, apre il nostro cuore alla speranza.

Non pensavo in questo viaggio di provare tutto questo.

Federico Farsura  Classe V E Biologico

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