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L’Olocausto con gli occhi dell’innocenza

Ripensando alla mia visita al campo di Terezin, sento ancora scorrermi nel sangue le mille sensazioni che ho provato… un misto di tristezza, stupore e desolazione.

Quel giorno non siamo solo andati a visitare il luogo in cui migliaia di persone sono state uccise senza dignità ma per pensare a loro un’altra volta e per renderci conto di quanto è è stata grande la disgrazia che li ha colpiti fortunata la nostra vita se paragonata alla loro.
Ecco cosa ho pensato appena sono arrivata: sono fortunata.
Mi sono immaginata con il camice a righe, completamente rasata, e ho subito sentito un groppo al cuore.
Cosa hanno sopportato tutti quegli uomini, le donne e i bambini ? Non lo sapremo mai veramente. Tantissime sono le testimonianze ma arrivano fino al nostro cuore?
Ricordo ancora quando ho percorso il lungo tunnel che portava i prigionieri alla morte e quanto è stato angosciante percorrere quei metri in quello spazio soffocante sapendo che fuori c’era la morte che li aspettava.
Nel museo non ci sono immagini forti, non ci sono cumuli di scheletri ma tanti disegni, tante poesie di quelle giovani anime strappate alla vita. E queste hanno senza dubbio lo stesso effetto.
A Terezin, sotto la guida di alcuni adulti, i bambini frequentarono lezioni, disegnarono, recitarono, forse giocarono.
Questa è la poesia che mi ha colpito di più. La dedico a tutti coloro che , nel mondo, hanno sofferto ingiustamente.

O chiaro ricordo che m’inviti alla quiete
e mi rammenti colei che amai,
ancora sorrido alla tua carezza,
ancora con te mi confido come al migliore amico.

O dolce ricordo, raccontami la storia
della mia ragazza perduta,
racconta, racconta dell’anello d’oro
e chiama la rondine che la vada a trovare.

E tu pure vola da lei e sottovoce
domandale se ancora pensa a me,
se sta bene e se ancora, se ancora
sono rimasto il suo amore di un tempo.

E poi ritorna veloce, non ti perdere,
perché io possa ricordarmi qualche altra cosa.
Era così bella: chissà se mai più la rivedrò.
Addio, mia cara, addio! Ti amavo.

Federica Ciani Classe V E Biologico

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Arbeit macht frei

Foto di Barbara Dell’Orco

All’entrata si è “accolti” dalla scritta “Arbeit macht frei” e dal cimitero cattolico ed ebraico all’esterno della fortezza.
Le sensazioni che si provano varcando quella porta non si possono descrivere; i libri letti, i film visti non significano niente di fronte a ciò che si prova direttamente con i propri sensi.
La vista sconfina nel tatto durante questo percorso a ritroso nella storia e ti fa immedesimare nei luoghi e nelle persone che lì hanno vissuto la loro tragedia.
L’olfatto è potenziato dal silenzio e permette di percepire un odore particolare che richiama immagini di morte.
I brividi corrono sulla pelle anche mentre si visitano le piccole stanze dove erano costretti a vivere i reclusi: i dormitori, le docce, le celle d’isolamento, tutto sembra quasi surreale, il set di un film.
Si è colti da un turbamento talmente grande da essere impossibilitati a parlare: il dolore, la sofferenza e gli stenti vanno rispettati.
Il percorso lungo il tunnel della morte è il più duro e quando si sbuca sul luogo delle esecuzioni, dove si erge una forca solitaria, all’incredulità si mescola il terrore alimentato da centinaia di metri di cunicoli bui, rischiarati da poche e isolate feritoie.
E’ lì che ho capito come dalla mente umana, tanto complessa e geniale, possa scaturire la banalità del male.

Elena Dal Martello  Classe V B Biologico

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