Terezin

Nata nel 1780 come fortezza contro le invasioni dei popoli dell’Est grazie a Giuseppe II,

Foto di Barbara Dell'Orco

Theresienstadt prende appunto il nome  dalla madre dell’Imperatore, Maria Teresa d’Austria,  in onore della quale la città (stadt) era stata fondata. Dotata di mura possenti e di una serie di cunicoli e di passaggi di collegamento con il vicino borgo, Terezin viene utilizzata come carcere per prigionieri politici e, durante la Grande Guerra, ospiterà in una sua cella Gavrilo Princip, l’attentatore di Sarajevo, che vi morirà di tubercolosi nel 1918.

Foto di Barbara Dell'Orco

La cittadina dista circa 60 km da Praga e consta di due parti: Piccola  e Grande Fortezza, tra loro separate dal fiume Ohře.

Mentre la prima viene usata appunto come carcere anche dai nazisti, la seconda, la grosse Festung, diventa, per volontà di Hitler, una città-ghetto per Ebrei tedeschi e Cecoslovacchi subito,  per Ebrei provenienti anche dall’Olanda e dalla Danimarca soltanto dopo il totale allontanamento dei Cechi che vi abitavano legittimamente. Entrambe le Fortezze presentano una pianta a stella relativamente alla cinta muraria, mentre gli edifici, soprattutto della Grande Fortezza, sono disposti secondo un ordine militaresco che  ben si addice alla struttura mentale prussiana.

Mappa del Ghetto

Organizzato nel rispetto di una pianificazione attenta al minimo particolare, il ghetto sconvolge per la lucida razionale scientifica follia con cui viene trasformato agli occhi del mondo in un luogo privilegiato, che Hitler ha “donato agli Ebrei” in cambio di quello di cui li aveva precedentemente privati: qui non solo avrebbero potuto comperarsi una casa, ma anche continuare a praticare le loro attività in una sorta di felice Stato autonomo dotato addirittura di una propria cartamoneta che, nella realtà, non valeva assolutamente nulla. La spietata macchina propagandistica del nazismo arriva però a Terezin a livelli inimmaginabili di cinismo: il ghetto viene infatti utilizzato non solo come set per un  le riprese della partita di calcio per il film propagandistico: “Hitler regala una città agli ebrei”, ma anche come luogo dove ospitare gli osservatori della Croce Rossa che intendono verificare se le voci sulle crudeltà naziste siano veritiere. E’ a questo punto che la fantasia va al di là della realtà.

Siamo nel 1944 e nel ghetto c’è un’alta concentrazione di musicisti e di artisti; ci sono anche molti bambini che gli Ebrei stanno educando ed istruendo grazie alle loro conoscenze e con il poco che avevano. Ai Tedeschi serve una vetrina o, meglio, uno specchietto per le allodole. Bastano poche ore e un’attenta regia per predisporre il tutto: strade tirate a lucido dalle donne curve sul selciato, muri dipinti per l’occasione, fiori piantati provvisoriamente nelle aiuole, bambini ripuliti e vestiti a festa, ognuno con una scatoletta di alici in mano, ben chiusa perché andava restituita: l’ordine era di dire che erano stanchi di mangiarne tutti i giorni. Per allietare gli ospiti, poi, viene loro offerto uno spettacolo: un concerto di musica classica con eccellenti e famosi musicisti, tutti deportati, e un’operetta interpretata dai bambini, il “Brundibar” (composta per l’occasione da un deportato, Hans Krása)  di cui rimangono alcune riprese strazianti. Il giorno successivo, tutti: bambini, musicisti, il regista del film e gli attori saranno  deportati ad Auschwitz, ma non eliminati subito: la Croce Rossa avrebbe potuto chiedere un’altra ispezione, meglio aspettare!

brundib_r

Che cosa ci rimane di Terezin? Ci rimangono i disegni e le poesie dei suoi bambini, scoperti alla fine della guerra grazie alla prudenza dell’insegnante d’arte Friedl Dicker-Brandeis che li nasconde prima di essere deportato ad Auschwitz. Ora i disegni sono esposti al Museo ebraico di Praga, nella sinagoga Pinkasova, mentre le poesie sono andate a costituire la raccolta “Qui non ho visto farfalle“, titolo che si ispira alla poesia con cui chiuderò questa mia breve presentazione del luogo. (P.D.V.)

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere del castagno
nel cortile.
Ma qui non ho visto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

Pavel Friedmann 1921 – 1944
(morto nel campo di Auschwitz)

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